La Nuova Ferrara

Ragazzi trattati come merce: sguardo sulla nuova umanità

Ragazzi trattati come merce: sguardo sulla nuova umanità

A Casa Romei un racconto per suggestioni firmato dal fotografo Sabbagh Sbarchi, annullamenti di identità e disperazioni filo conduttore anche per Xhafa

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Casa Romei è uno dei Musei più intimi di Ferrara. Una dimora signorile costruita intorno alla metà del XV secolo, arrivata quasi intatta sino a noi, ricca di affreschi e decori di eccelsa fattura. Una casa Museo come questa regala una percezione densa di un’epoca e crea accessi a conoscenze visive molto intime. In questa sede è appunto stata pensata e realizzata una mostra che colma un vuoto culturale nella nostra città: quello di uno sguardo da dentro a fuori, dalla nostra tranquillità di città protetta e silente verso una realtà dalla quale non dobbiamo sottrarci.

Il progetto, nato dalla Associazione Culturale Umanità, di recente costituzione a Ferrara, ha il proposito di proporre riflessioni sull‘integrazione tra culture differenti, in un momento storico dove le migrazioni sono una condizione umana complessa e tragica con cui confrontarsi senza rimandi e pretesti.

La tavola rotonda di venerdì 26 gennaio che si è tenuta a Casa Romei, ha chiarito in modo sintetico e chiaro la situazione dei flussi, incanalando successivamente il pubblico verso le sale dove i due artisti Mustafa Sabbagh e Sislej Xhafa hanno installato le loro opere.

I due artisti, riconosciuti come esponenti di spicco nel panorama dell’arte contemporanea, internazionale, hanno tra loro instaurato un dialogo che li vede entrambi impegnati in una espressione artistica volta alla riflessione sociale.

Ma, come raramente accade, un altro dialogo si è aperto tra le opere e il luogo che le accoglie, stabilendo un campo di azione dove corpi, suoni e immagini testimoniano la necessità dell’arte come valore sociale salvifico. Ma anche ammonitore. Dunque la violenza che l’umanità diseredata e costretta a migrare subisce non ci tocca se non ci riguarda direttamente perché ci sembra sempre già accaduta nel passato. E facciamo in fretta a mettere il presente nel passato. Ma è proprio questo uno dei compiti dell’arte: non rassicurarci ma parlare del mondo reale.

Sabbagh, lavora sulla narrazione, utilizzando la fotografia come strumento del racconto che qui si sviluppa in un lavoro di grande impatto: “Made In Italy. Handle with care”(entrata nella collezione del MAXXI di Roma) è il titolo della installazione che sciorina una serie di foto di giovani che indossano abiti non loro. Alti, bassi, estranei al luogo dove sono immortalati, questi ragazzi sono ritratti in piedi fermi, sullo sfondo di un mare calmo. Sembra merce (da maneggiare con cura come suggerisce il titolo) pronta per essere catalogata e spedita in un dove che non ci è dato di conoscere. Un racconto per immagini che ricorda una muta rotaia senza fine, pur nell’innocenza di una calma e bellezza apparente. Vestire gli abiti di altri, starci dentro, abitarli, è una sensazione che non conosciamo, ma che una larga parte della umanità sta vivendo. Così come l’altro lavoro dell’artista “http 502: bad gateway” è una installazione video sonora, dove il suono e le immagini arrivano interrotte, disturbate, sovrapposte, partendo da una cronaca di un servizio giornalistico che però non comprendiamo bene. Un via d’uscita sbagliata che non ci da scampo.

E in questa sala, come sottolinea la curatrice Paola Nicita, la presenza della scultura cinquecentesca di San Nicola da Tolentino, patrono dei Naufraghi, non consente lei stessa di allontanarci tanto alla leggera.

Le opere di Xafa invece hanno meno l’intenzione del racconto. Sia il video “Passion Fruit” che la scultura “Dressed Tone” ci fanno precipitare verso un “ non tempo”, senza darci punti di riferimento a cui attaccarci, sottraendo la funzione degli oggetti scelti (una pistola abbandonata sull’asfalto bagnato nella prima opera e un microfono avvolto in uno stretto nastro adesivo che non può assolvere la sua funzione nella seconda) per non permetterci di trovare soluzioni facili. Per entrambi gli artisti l’acqua è un elemento comune, prende la forma degli oggetti che la circondano, li asseconda o li sommerge sovrapponendosi ad essi.

Mark Twain diceva che la storia non si ripete mai ma fa le rime. E queste rime sono il ripetersi quotidiano di sbarchi, annullamenti di identità e disperazione, tutto gettato in un enorme magazzino di memorie e storie che ci riguardano e ci impongono un assunzione di responsabilità collettiva. Ma prima di tutto individuale.

La non casa dei migranti è anche la nostra.

Monica Bracardi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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