La Nuova Ferrara

Generazioni a confronto nel romanzo di Palandri

di SAMUELE GOVONI
Generazioni a confronto nel romanzo di Palandri

«Celati mi ha insegnato che la letteratura è ovunque, anche nella pubblicità» Lo scrittore domani sarà a Ferrara per presentare “L’inventore di se stesso”

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Enrico Palandri esordì nel 1979 con “Boccalone”, cronaca di un amore e di una generazione che ha segnato il passaggio al postmoderno italiano. Rimasto una figura di riferimento dell’epoca (il 1977 e dintorni), Palandri nel corso della sua carriera ha scritto altri romanzi, saggi e si è dedicato all’insegnamento. Oggi è Professor of Modern European Literature all’università di Londra (UCL) e docente alla Ca’ Foscari di Venezia. È tornato in libreria con “L’inventore di se stesso” (ed. Bompiani, 2017), una storia limpida e serrata sul confronto tra generazioni. Domani alle 18 all’Ibs+Libraccio di Ferrara (piazza Trento e Trieste) l’autore presenterà il suo romanzo insieme a Monica Francioso e Michele Ronchi Stefanati. Tra una lezione da preparare e un aereo da prendere, Palandri racconta il suo ultimo lavoro passando per l’amicizia con Tondelli e gli insegnamenti di Celati.

Come nasce “L’inventore di se stesso”?

«Volevo rivolgermi a un mondo che precedeva quello in cui ho vissuto. I sei romanzi che ho scritto tra il 1986 e il 2010 appartengono a un’unica narrazione, si rivolgono al mondo che ho sempre sentito avanti e intorno. Volevo invece dare radici al racconto in un’antecedente, anche se immaginario. Le invenzioni genealogiche di Gregorio Licudis, sia nel senso romanzesco di racconto di cose immaginarie sia in quello etimologico di ritrovamento, sono il nucleo intorno al quale è nato tutto il resto».

Come vede il rapporto tra padre e figlio oggi e perché ha voluto raccontarlo?

«La relazione padre figlio è tra le più antiche del narrare. Ulisse e Telemaco, Laio e Edipo. Siamo sempre nel mito, con il fitto intrecciarsi di quello che ci appare personale con l’impersonale, il privato e la storia, ed è per questo che la vicenda si intreccia macchinazioni con uno sguardo che interroga il passato, attraverso l’antenato Gianrico, in epoche che storicamente possono apparire distanti ma che per Giorgio divengono poco alla volta presenti».

Tra pochi mesi “Boccalone” compirà quarant’anni. Che ricordo ha del ‘77?

«Gli anni ‘70 italiani sono stati un’epoca drammatica, piena di sparatorie, bombe, ribellioni e tentativi di colpi di Stato. Come tutti quelli che hanno vissuto quell’epoca, ho un ricordo preciso anche perché a Trento, dove ho fatto il liceo, nacquero le BR e mio padre, ufficiale di carriera, fu per due volte nella lista dei loro obiettivi. Io ero nella sinistra radicale e i conflitti, in famiglia e fuori, erano all’ordine del giorno. Bologna nel ‘77 fu un momento in cui affiorò un’altra Italia, non più tanto segnata dalla coda della guerra civile, ma da una ribellione più ampia e gioiosa, che si nutriva di Dylan, delle conquiste del femminismo e delle nuove idee sulla soggettività che venivano dall’antipsichiatria. Proprio per questa sua novità venne emarginata rapidamente dai partiti politici che invece erano i pilastri della Guerra Fredda in Italia».

Ha recentemente scritto la prefazione in “Lo scrittore giovane”. Chi era Pier Vittorio Tondelli e com’era il vostro rapporto?

«Tondelli, Pazienza, Freak Antoni, tutto quello che a Bologna nasceva in quegli anni era già dopo la Guerra Fredda. Tondelli è un esempio molto chiaro di quanto temi che fino allora erano restati marginali alla politica, e precisamente come portava al centro dei suoi romanzi la propria omosessualità, spostavano il centro della discussione sulla soggettività. Eravamo amici, ma soprattutto per la letteratura. Ci siamo incontrati così, in convegni e dibattiti, e insieme abbiamo fatto partire Panta».

Gianni Celati e Elsa Morante, seppur molto diversi, sono stati due grandi punti di riferimento per lei e le sue opere. Come si è avvicinato a uno e all’altra e che ricordi ha di loro?

«Gianni mi ha aperto verso modi di intendere la letteratura che in Italia non arrivavano. A pensare che c’è letteratura dovunque, nelle pubblicità, nel modo in cui la gente parla, in quello che scrive e dice. Elsa mi ha dato moltissimo invece dal punto di vista etico. Mi ha insegnato a non pensare di cavarmela nascondendomi dietro l’epoca. Scrivere significa entrare in una conversazione con grandi temi e grandi autori: l’amore, la morte, Leopardi, Dante. Entrambi umani magnifici, di idee direi piuttosto lontane tra loro di cosa sia fare letteratura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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