La Nuova Ferrara

Le storie di “Nino” nelle pagine dei suoi ricordi

Le storie di “Nino” nelle pagine dei suoi ricordi

Elisabetta Sgarbi racconta il padre scrittore «Amava raccontare le sue avventure»

4 MINUTI DI LETTURA





Un animo non da pulpito, ma da sacrestia, avrebbe potuto dire del suo, Giuseppe “Nino” Sgarbi, specie dopo la pubblicazione del suo nuovo romanzo, “Il canale dei cuori”, uscito postumo per i tipi di Skirà. Il libro è la dimostrazione di quanto l’autore abbia lasciato decantare in sé il suo vissuto, frutto dell’intensità con cui ha affrontato la realtà e della dedizione nei confronti dei suoi cari. Sono pagine autentiche, che Sgarbi ha depositato una volta trovata la sua maieutica, per poi abbandonarsi al corso del racconto stesso.

E la figlia Elisabetta rilegge con noi i tratti fondamentali dello stile paterno.

Da Gianni Celati a Paolo Rumiz, in molti si sono serviti del fluire dei fiumi. Che valore ha il Livenza nel romanzo di suo padre?

«Mio padre è nato, ha giocato, è cresciuto, ha vissuto sono a 97 anni sul fiume. Contro il fiume ha lottato nella grande alluvione. Per lui non era un elemento tra tanti, era la sua casa, la sua vita. Ha scelto di vivere una vita lungo il fiume. E quando è stato meno in grado di percorrerlo, e ha dovuto ricordarlo, ne ha scritto. E scrivere del fiume ha coinciso con scrivere della sua vita. Un unico flusso».

La scrittura ha il potere di tenere in vita i nostri ricordi, le origini. Per questo il dialogo tra Nino e Bruno Cavallini non si è mai interrotto?

«Mio padre, come me, ha sempre ascoltato molto. Forse intimorito dalla esuberanza intellettuale e vitale di Bruno Cavallini, Vittorio e Rina, stava in silenzio, ascoltava, occhieggiava. Era uomo di solide letture, ma con un senso del proprio limite: una condizione, questa, che gli permetteva di ammirare senza invidia il dotto Bruno Cavallini. E leggendo il libro si scopre che non era solo la cultura a unirli. Ma la adesione a una natura semplice, alla vita del fiume. Come noto Bruno Cavallini non scrisse nulla, salvo una poesia che, non a caso, trascrisse mio padre e che, non a caso, si intitola “Voglio vivere pescando”. Come se l’inquietudine di Bruno trovasse risposta nel senso dell'ordine delle cose e della natura che aveva mio padre».

È uno dei motivi che l’ha mossa a insistere con lui affinché si affidasse al foglio di carta?

«Era in un periodo difficile. Mio padre amava la vita e le donne, e viveva il suo indebolimento fisico con grande consapevolezza e, quindi, con una certa tristezza. Senza drammi, sempre in modo molto composto, però gli spiaceva non potere fare più le cose che faceva un tempo: ad esempio leggere. E così, circa cinque anni fa, prima io, poi Vittorio, lo esortammo a dettare i suoi ricordi. Lui amava - negli ultimi anni - raccontare il fiume e le sue avventure. Così ha preso a dettare a Giuseppe Cesaro ed è riuscito a trasferire sulla pagina la pura vita, la calda vita, che è poi l’espressione massima della letteratura».

Suo padre scrive cosa lo spinse a sposare in fretta e all’insaputa di tutti la sua Rina “spaccatutto”?

«Semplicemente si amavano. Potevano essere diversi in tutto, litigare all’inverosimile ma non avrebbero mai vissuto l’uno senza l’altra. Sessantacinque anni di matrimonio si affrontano se il legame supera qualsiasi ragione e volontarietà».

Se fosse stata sua madre a raccontare, cosa sarebbe cambiato?

«Mia madre non avrebbe mai potuto raccontare. Mia madre viveva, agiva, era intuitiva e istintiva. Scrivere per lei significava non vivere e non agire. Riflettere sul passato era quanto più lontano da lei. Non le dico cosa diceva quando mio padre di ostinava a farle vedere i documentari di Rai Storia. Mia madre era troppo più veloce del tempo della scrittura».

Qual è uno degli episodi che condivide con affetto?

«Non saprei rispondere. Infiniti. Ogni volta che mi sorrideva e mi faceva capire che stava bene».

Prima la Seconda Guerra Mondiale, poi l’alluvione del Polesine nel ‘51. Come si è sentita mentre leggeva della sua famiglia in difficoltà?

«L’alluvione per mio padre è stata la vera guerra, che lui aveva vissuto marginalmente, almeno rispetto alle grandi tragedie. Si sente il senso di pericolo estremo che vivevano in quel momento: l’idea di partire, lasciare la Rina a casa, pensare di attraversare il fiume in piena, magari di non tornare».

La campagna che è stata il centro della vita di quella generazione, oggi rimane sullo sfondo. A cosa abbiamo rinunciato? «C’è un senso profondo che a mio parere va perso in generale, che non è tanto la campagna, ma è l’idea di paese, quello che emerge da La luna e i falò di Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo”. È una idea cui sono molto affezionata, che mio padre incarnava in pieno. Che avrebbe voluto incarnassi di più, e invece decisi di andare a Milano e costruirmi la mia vita».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google