La Nuova Ferrara

la stagione musicale

Note di una vita. Uto Ughi: sono i giovani il nostro futuro

di SAMUELE GOVONI
Note di una vita. Uto Ughi: sono i giovani il nostro futuro

«Tra me e il violino è stato amore a prima vista». Il celebre musicista si esibirà al Teatro Comunale

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FERRARA. È universalmente riconosciuto come uno dei più grandi violinisti del nostro tempo e martedì si esibirà al Teatro Comunale Abbado di Ferrara. Uto Ughi, debuttò a soli sette anni al teatro Lirico di Milano. Oggi di anni ne ha settantaquattro e continua a suonare con la dedizione che da sempre lo contraddistingue. In vista del concerto ferrarese, e senza lasciare da parte le note dolenti, il musicista si è raccontato alla Nuova; anzi, è partito proprio da quelle.

Come vede l’educazione musicale nel nostro Paese?

«In Italia abbiamo giovani di grande talento che spesso però, per avere un futuro nel campo della musica professionistico, si vedono costretti ad andare all’estero. Sono tante le pecche e le lacune in campo musicale nel nostro Paese, a partire dall’istruzione. Manca un’istruzione musicale. Coloro che desiderano intraprendere lo studio dello strumento dovrebbero avere la possibilità di farlo già dalle elementari ma questo purtroppo non avviene. Non si può costruire una casa partendo dal tetto, bisogna cominciare dalle fondamenta; lo stesso ragionamento vale per lo studio dello strumento: si deve iniziare da bambini; a 18 anni si è già “troppo” grandi».

Lei ha sempre manifestato un impegno concreto verso i giovani musicisti, perché?

«Penso che il dovere di ogni musicista sia quello di difendere e tutelare, ma allo stesso tempo incentivare e diffondere la musica. In Italia fanno troppo poco e credo che il nostro compito sia quello di garantire, o almeno cercare di farlo, un futuro ai giovani musicisti».

Tra lei e il violino è stato amore a prima vista?

«Sì, e ricordo bene quel momento. Provengo da una famiglia di appassionati di musica. Mio padre era avvocato ma apprezzava la musica da camera e ogni settimana si tenevano incontri tra appassionati. Io fin da bambino ho fatto parte di quel mondo e quando ho imbracciato per la prima volta il violino, ho capito che ne avrei fatto parte per sempre».

Che cos’è per lei la musica?

«La musica è un’arte che va al di là delle ideologie, dei confini, della politica. Il suo linguaggio è universale. Ci sono brani che vengono ascoltati e amati con la stessa intensità qui e in Giappone. La musica non ha bisogno di parole e non conosce barriere».

Dopo tanti anni di carriera è subentrato il “mestiere” o a dominare è sempre la passione?

«La musica per me è sempre stata una fonte inesauribile di gioia, ricerca, vivacità e scoperta. Un’arte che non ha limiti nella sua grandezza e bellezza. Oggi provo ancora le stesse emozioni di un tempo e questo per me è bellissimo».

Quanto contano studio giornaliero e costanza?

«Niccolò Paganini diceva: “Se non studio un giorno, me ne accorgo io. Se non studio due giorni, se ne accorge il pubblico”. È la verità. Lo studio a certi livelli è fondamentale. Bisogna applicarsi in maniera costante e quotidiana. Quante ore occorrono al giorno? Non saprei. Dipende dalle attitudini di ciascuno e dal repertorio in preparazione».

C’è un compositore che ama particolarmente?

«Per me il più grande genio in assoluto è Mozart. Ci sono stati altri compositori immensi ma lui fu un genio. Ricordo che una volta, proprio a Ferrara, partecipai ad un convegno dedicato alla musicoterapia. I medici spiegavano che è possibile curare certe nevrosi con la musica e chi era il compositore più “utilizzato”? Proprio lui, Mozart».

A proposito di Ferrara, che ricordo ha di Claudio Abbado?

«Ricordo bene l’ultima volta che ci incontrammo. Eravamo in Venezuela. Si trovava lì per dirigere un’orchestra giovanile. Lui nei giovani musicisti ci credeva veramente, con entusiasmo. Si vedeva che era convito di ciò che faceva; l’ho sempre apprezzato per questa sua dote».
 

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