La Nuova Ferrara

IO COMEQUELL’ALBERO

SEGUE DALLA PRIMA

Poi, quando mio padre trasferì la famiglia in corso Cavour (io avevo un anno), acquistò quella pianticella e la trapiantò. E lui, l'abete, da allora cresce nel giardino annesso alla palazzina. Forse...

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Poi, quando mio padre trasferì la famiglia in corso Cavour (io avevo un anno), acquistò quella pianticella e la trapiantò. E lui, l'abete, da allora cresce nel giardino annesso alla palazzina. Forse era l'alberello di Natale del 1931. Ogni qual volta sbarco a Ferrara, se gli amici che mi invitano hanno scelto per me una stanza dell'albergo proprio di fronte a quella che fu casa Quilici, dalla finestra lo rivedo di anno in anno più alto, svettante. La sua gagliarda età e buona salute mi ricorda la fortuna di quando, nel '44, tra le tante bombe cadute su Ferrara dal cielo, una in fila all'altra lungo viale Cavour, quella che avrebbe distrutto la casa e il giardino al n 40 non esplose piantandosi nel terreno del giardino. Nel contraccolpo e per il vuoto d'aria si vuotò la grande vasca dei pesci rossi. Lui, il mio abete, forse s'inchinò un poco, ma non cadde. Né lui, né quello piantato nel '35 quando nacque mio fratello Vieri. Tramite quelle radici sempre più profonde, distese forse, anche oltre il giardino, sin sotto all'asfalto di viale Cavour, noi due fratelli continuiamo a sentirci parte di questa città. Ferraresi non per genitori (uno lucchese, Nello, l'altra mantovana, Mimì) ma per motivi nobilmente vegetali.

Non è orgoglio da poco il valore del verde oggi. Mesi fa, dopo chissà quante volte averlo evitato, ho premuto il citofono al cancelletto della ex casa Quilici; mi è stato aperto e alla mia domanda: «Posso gettar un'occhiata nel giardino?», una gentile signora mi ha lasciato entrare. Ho visto così da vicino, vincendo la tentazione di accarezzarlo per non far ridere chi mi era accanto, il tronco mio coetaneo; ho scambiato due chiacchiere con lui, com'è tipica abitudine tra chi ha un po' di anni sulle spalle. Subito dopo mi sono guardato attorno, cercando di ritrovare un altro amico, doveva essere lì in quel giardino. E infatti l'ho trovato dietro una piccola lastra di pietra, nel muro che separava, allora, casa e giardino Quilici con il Bagno Pubblico comunale. Edificio basso e lungo nato su progetto dallo stesso architetto che aveva ideato anche la nostra casa; un protagonista dell'Art Nouveaux, famoso negli anni Venti, emigrato in Messico dove creò lo splendido Teatro dell'Opera della Capitale, il cui sipario non è drappeggio di velluto rosso ma mosaico mobile, composto da centinaia di piastre vitree colorate, opera geniale ed unica del grande Tiffany.

Tornando al muro tra casa nostra e il Bagno Pubblico, la pietra che sto cercando la ritrovo seminascosta da un cespuglio. Mi piego sulle ginocchia per veder bene, è svanito il colore delle parole scritte, ma nell'incisione si legge ancora una data, 1938, e un nome: Ras. Così si chiamava il cane di pelo nero, compagno di tutta la mia infanzia. Quando su Ferrara si stendeva l'immancabile, invernale mantello di nebbia, tanto fitto da non riuscire a vedere a un metro di distanza, era Ras a guidarmi da viale Cavour sino a via Palestro, a casa di nonno Lorenzo. Una sorta di viaggio impossibile, fra i più indimenticabili dei tanti compiuti da allora.

Folco Quilici

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