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L’ultimo viaggio di Quilici Ferrara perde uno dei grandi

L’ultimo viaggio di Quilici Ferrara perde uno dei grandi

All’età di 87 anni è morto il documentarista e scrittore cresciuto in viale Cavour Lo ricorda anche il presidente della Repubblica: figura di intellettuale moderno

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È morto all’ospedale di Orvieto, città dove abitava, all’età di 87 anni il documentarista, regista e scrittore ferrarese Folco Quilici, definito l’ultimo grande documentarista italiano, di certo uno dei grandi rappresentanti del mondo culturale ferrarese. Figlio del giornalista Nello Quilici e della pittrice Emma “Mimì” Buzzacchi, sposato con Anna Azan e padre di Brando Quilici, a sua volta regista. Impossibile fare un elenco dei suoi lavori e dei tanti riconoscimenti ricevuti, basti pensare che la rivista Forbes nel 2006 lo inserì fra le cento firme più influenti del mondo. Il mare, l’Africa, le Americhe, l’Asia, tutto il mondo insomma è stato raccontato dai suoi documentari e nei suoi libri, sempre con un occhio di riguarda verso la natura. «Un amore che ha derivato da mamma “Mimì” - racconta Brando - e che ha trasmesso a me. Mi raccontava che quando filmava certi paesaggi gli venivano in mente i quadri della madre. Ma la sua grande forza era la capacità di raccontare quello che aveva visto nei suoi viaggi, altra eredità della madre. Proprio in questa triste giornata scherzavo con mio zio Vieri (fratello di Folco, ndr) su come mio papà era legato a sua mamma».

La tristezza della morte del padre è in parte sopita dai tanti ricordi: «Ho avuto la fortuna di poter stare tanti anni con lui, ma c’è comunque rabbia per la sua morte, perché speravo di avere ancora tante occasioni per stargli vicino. Ecco, ora il mio pensiero è rivolto a quello che non ci sarà più».

L’altro grande amore di Quilici era Ferrara... «Quanto le era affezionato e quanti sono i ricordi che lo legavano alla sua città - dice - la casa di famiglia, il Castello, la nonna e la mamma. Ogni volta che aveva occasione di tornare mi portava con sé: aveva simpatia e amore per la bellissima e ricca di cultura città in cui era nato».

Erede di una tradizione più anglosassone che italiana, il coraggio di Quilici non è stato inferiore alla sua curiosità. Trent’anni di profonda amicizia pesano sulla voce di Anna Quarzi: «La prima volta l’ho incontrato per caso; ero molto giovane e facevo parte del Cineclub Fedic. Il tratto distintivo che subito mi affascinò fu la sua signorilità. E sebbene fosse già molto famoso era sempre disponibile ad ascoltare chiunque. Oltre a sapersi mettere nei panni degli altri, per avvicinarsi al loro punto di vista, Folco era mosso da una sete di conoscenza inesauribile nei confronti del mondo».

Quilici è stato un attento ricercatore, senza dimenticare la quantità di titoli che ha pubblicato nel corso della sua vita: «Una mattina, mentre eravamo a passeggio nelle valli di Comacchio – prosegue la Quarzi –, mi raccontò che fu sua madre a regalargli da piccolo la sua prima macchina fotografica. E tra i canneti padani Folco si sentiva come fra le tigri di Mompracem... Non ha mai smesso di sentirsi ferrarese e durante le sue esplorazioni si è portato dentro questa città. Quando suo padre è scomparso, nel ’40, aveva 10 anni e poco dopo se ne andarono. Finì le medie alla Tasso, tanto che un giorno ci divertì ritrovare in archivio le sue pagelle. Ogni volta che tornava a Ferrara era d’obbligo fare quattro passi di fronte alla sua vecchia casa in Cavour. Era un nostalgico e in quelle stanze passarono fior di intellettuali per confrontarsi con il padre Nello, allora direttore del glorioso Corriere Padano, tra cui Bassani e Antonioni».

Il nome del luogo dove fu abbattuto l’aereo sul quale volavano il padre e il governatore Balbo, Tobruk, è il titolo che Quilici diede sia al film che al libro per metabolizzare l’accaduto. I soggetti delle sue riprese restavano esseri umani e non venivano strumentalizzati dalla cinepresa: «Ha collaborato spesso con l’Istituto di storia contemporanea. È recente la presentazione del suo ultimo lavoro sugli animali nella Grande Guerra. Mi confidò persino che uno dei suoi nipotini, vedendolo uscire dall’acqua, lo definì “un vecchietto giovanetto”. D’altronde, la sua vitalità lo anticipava: da tempo considero Ferrara la città dalle persiane socchiuse e Folco è riuscito prestissimo a lanciare oltre il suo sguardo attento e partecipe».

«Con Folco Quilici se ne va una delle figure più importanti del giornalismo, del documentarismo e della cultura italiana. Un pioniere in tutti i progetti che ha avviato, sempre anni avanti rispetto agli altri. Un italiano innamorato del proprio Paese e un ferrarese innamorato della propria terra, in cui era l’erede della grande tradizione giornalistica del padre Nello. Ci mancherà ma i suoi lavori resteranno per sempre come guida e insegnamento per le giovani generazioni». Così il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini.

Lo ha salutato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Una figura di intellettuale moderno che ha saputo dare alle immagini il senso profondo della narrazione del nostro pianeta. La duplice dimensione che ha saputo offrire nelle sue opere, con una asciutta e ricca documentazione di sapore antropologico e con quella legata, invece, alla vita degli animali, ci ha proposto letture dei territori, a partire da quello marino, di una originalità insuperata, aprendoci a mondi e civiltà sino ad allora solo fantasticate dal grande pubblico».

L’ultimo saluto a Quilici verrà dato mercoledì mattina a Roma, nella chiesa del Gesù nell’omonima piazza.

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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