Lea e Shlomo Amore impossibile tra isole lontane
Daria Bignardi racconta il suo sesto romanzo L’autrice: scrivo da sempre, sono nata così
Il sesto romanzo è stato una prova ulteriore agli occhi dei suoi lettori: Daria Bignardi non si è mai arresa alla logica del lieto fine, alle finte soluzioni che si riducono alla superficie nascondendo tutto il resto. Anzi, con “Storia della mia ansia”, appena uscito per Mondadori, la scrittrice dimostra quanto non si finisca mai di mettersi nei panni degli altri. Rendersi conto dei sogni, dei propositi e specialmente delle delusioni di chi vive al nostro fianco sta alla base della cosiddetta comprensione, ovvero la possibilità di superare i conflitti alla pari, senza prevaricarsi o scivolare nell’orgoglio.
Ha iniziato a scriverlo prima di essere nominata direttrice di Rai3, nel 2016, per concluderlo dopo aver dato le dimissioni. Si è tolta un peso?
«Più che un peso, un grosso impegno. Un direttore di rete lavora sedici ore al giorno e non gli resta il tempo né l’energia creativa per nient’altro. Ma intanto il romanzo continuava a scorrere dentro, come un fiume carsico, e quando l’ho ripreso per scrivere la seconda stesura senza saperlo avevo già trovato una nuova strada, e l’ho riscritto completamente. È stato molto utile al libro questo fermo sotterraneo e forzato di un anno e mezzo, mi piacerebbe essere capace di tenerlo come metodo di scrittura anche coi prossimi romanzi».
La scrittura è un processo intimo che lei impiega per comprendere la realtà. La sua è più una necessità maieutica o di indorare la pillola?
«Non so rispondere a questa bella domanda. Scrivo da quando ho cinque anni. Soprattutto racconto. Da quando ho facoltà di ricordare guardo il mondo e tutto quel che succede fuori e dentro di me con la necessità di trasformarlo in una storia da raccontare e condividere, di tradurlo in parole scritte su una pagina. Non l’ho scelto: mi è capitato. Sono nata così. Forse era così mia madre. E i suoi romanzi russi e francesi che erano in casa sono stati il paesaggio della mia infanzia ferrarese. Scrive mia nipote Annalena, scrive mia sorella Donatella. Non credo sia un caso. Abbiamo sempre guardato il mondo intorno a noi, a partire dai nostri parenti, compagni di scuola, i vicini di ombrellone a Lido Estensi, poi fidanzati, mariti, figli nostri e altrui, con l’esigenza di raccontarlo: prima fra noi, in famiglia, e poi agli altri».
Crede davvero, o magari spera, che l’ansia della protagonista possa essere dovuta a un’indigestione di vita vissuta?
«No, io penso che l’ansia di Lea venga da lontano, dalla madre, forse anche dalla nonna, chissà. Credo però che le troppe cose che Lea cercava di fare e di controllare a un certo punto abbiano amplificato la sua ansia e l’abbiano trasformata da creativa a distruttiva».
L’ansia è un meccanismo mentale di protezione, non è sempre sintomo di debolezza.
«C’è ansia e ansia. Ce n’è una buona, che rende attenti agli altri, empatici, creativi, reattivi, e ce n’è una negativa, cupa, ossessiva, che fa fissare lo sguardo solo su quel che non funziona. Di solito gli ansiosi provano entrambe e cercano di surfare sul crinale di quell’onda senza farsene travolgere».
Perché secondo lei l’amore tra due persone, in certi casi, non riesce a coniugarsi con la vita di tutti i giorni?
«E chi lo sa. Lea e Shlomo sono due isole lontane, una rocciosa e minerale, l’altra acquatica e piena di animali, che per un periodo si attraggono come magneti. Ma il loro amore sembra impossibile».
Da compagna e da madre, quanto incide l’amore familiare nella maturazione sentimentale di un individuo?
«Immagino che incida parecchio, ma credo che i giochi dell’educazione sentimentale si chiudano molto prima, nella prima infanzia, al massimo nell’adolescenza. Poi per tutta la vita si cerca di amare come si vorrebbe, ma in realtà si ama come si può».
Come ne “L’acustica perfetta” (2012) sostiene che non esiste un amore “semplice e gioioso, che l’amore vero, reale, è fatto di impegno”. Non le pare che nella nostra società la felicità raggiunta non basti mai?
«È vero, probabilmente dal Dopoguerra in avanti ci siamo illusi di poter essere felici, e non ci accontentiamo di quel che abbiamo. Ma non possiamo farci niente. Siamo generazioni infantili».
La prima impressione è che spesso i suoi personaggi cerchino di esorcizzare il “non detto”. Mi sbaglio?
«No, ha ragione. Nelle mie storie c’è sempre un personaggio che cerca di capire, scoprire, dire, spiegare, e un altro che scappa dal confronto, che custodisce gelosamente la sua identità. Sono modi diversi di vivere. Non ce n’è uno giusto, ognuno ha il suo».
Per quale ragione, se solo di ragione si tratta, Lea e Shlomo “insieme stanno male, ma non possono lasciarsi”?
«È la storia di questo romanzo, si scopre leggendolo. E ognuno ha la sua risposta».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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