La Nuova Ferrara

L’eredità di Quilici è l’immenso amore per la conoscenza

di ANDREA SCUTELLÀ

A Roma i funerali del documentarista e scrittore Citata una sua frase: il sapere è la nostra ricchezza

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“Salvate le balene”. Con l’ultimo filo di voce Folco Quilici ha lasciato questa missione alla sua famiglia. Lo ricorda l’amico e scrittore Corrado Ruggeri, durante i funerali del documentarista ferrarese nella chiesa del Gesù a Roma, dove Quilici girò alcune scene venti anni fa. Ruggeri cita la dedica del libro “che più di tutti gli altri – sostiene – è il suo testamento spirituale: I miei mari”. «È per i nipoti – esordisce -: alla ciurma più giovane, augurando loro di crescere in un mondo fattosi più saggio e di godere di un mare salvo per sempre».

Brando Quilici, regista anche lui, raggiunge il pulpito e, dopo aver ringraziato il presidente della Repubblica, Mattarella, per le sue parole sul padre, mette a nudo tutto il suo essere figlio. Racconta l’orgoglio di portare il nome Quilici in giro per il mondo, gli ultimi giorni di Folco a casa, nel letto, con la voce ridotta a un sussurro. Ricorda con un sorriso l’imbarazzo di avere un padre tanto grande quando lui era ancora un bimbo piccolo, che faceva elementari. «Mi chiedevano: che lavoro fa tuo padre? - rammenta - Io non sapevo che rispondere: scrittore, giornalista, regista. Poi ho imparato a pronunciarli tutti e tre».

Dai primi ricordi vola agli ultimi, che forse più della dedica letta da Ruggeri sanno di testamento spirituale. Quilici era debole e il figlio doveva avvicinarsi molto per comprendere quello che diceva. Ne approfittava per parlare con il padre del suo lavoro, cosa che avrebbe voluto fare da tempo. «Qual è la tua dote più importante, gli ho chiesto –racconta –. La capacità di immaginare, mi ha risposto. Ah, bello, gli ho detto io: immaginare mondi lontani, storie di uomini, mare, civiltà scomparse. Lui mi chiamò vicino a sé e disse: immaginare, punto. E credo che questa sarà la cosa che ci mancherà di più di Folco, la sua capacità di immaginare».

Già, immaginare può significare costruire un mondo di fantasia, descriverne uno lontano o scomparso, ma anche dedicarsi alla scienza. Lo fece Quilici dal 2003 al 2006 quando fu presidente dell’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram), oggi confluito nell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Durante il funerale il sacerdote sul pulpito alterna passi della Bibbia, con letture di Dante e San Francesco e le interviste di Quilici. Eccone una: «La scoperta della storia, dell’archeologia o della scienza mi hanno sempre affascinato. Perché esprimono la tensione dell’uomo a superare i limiti della conoscenza. Io stesso durante il viaggio della mia vita ho adottato questo atteggiamento, preferendo i sentieri inesplorati a quelli già battuti. Per mettere a disposizione qualcosa di nuovo del sapere collettivo. Ecco perché stimo profondamente il lavoro dei ricercatori. Perché la ricerca deve andare avanti, perché il sapere è la più grande ricchezza che abbiamo».

Una riflessione che complica ulteriormente le cose, per chi vorrebbe tirare le somme e sapere che cosa è stato Folco Quilici. Ma l’ultimo spunto lo offre l’editorialista di Repubblica, Stefano Folli: «Capisco – argomenta -, la difficoltà di Brando nel rispondere alla domanda: che mestiere fa tuo padre? È stato un antopologo, un etnologo, uno scrittore, un regista, è stato tante cose. Un vero umanista di tipo rinascimentale, portato in un’epoca moderna».

E dopo l’ultimo tentativo di definizione, la folla s’avvicina commossa alla bara. Spunta una cantante lirica, intona l’Ave Maria senza microfono, accompagnata solo dall’organo. La sua voce potente si alza verso la cupola. Alla fine Brando si inginocchia al feretro e ricomincia a piangere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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