«Esportando guerra abbiamo importato profughi e rifugiati»
Cecilia Strada martedì presenta il suo libro all’Ibs «La nostra speranza è quella di diventare inutili»
Cecilia Strada, figlia di Gino nonché presidente di Emergency per otto anni, sarà all’Ibs+Libraccio, martedì alle 18, per presentare La guerra tra noi (Rizzoli) con Girolamo De Michele.
Dieci anni fa le avremmo chiesto di raccontare il funzionamento degli ospedali in Sudan piuttosto che in Nigeria. Oggi l’attenzione è sulle condizioni dei centri di accoglienza in Europa, dietro casa nostra. È cambiato il mondo…
«Abbiamo esportato guerra e abbiamo importato profughi e rifugiati. Abbiamo esportato armi e abbiamo importato paura. Il senso del libro è scoprire parte dei fili che ci legano a conflitti lontani, che solo all’apparenza non ci riguardano, ma mettendoli a fuoco confermano quanto siamo coinvolti».
Perché il libro fissa i cardini della situazione attuale al G8 di Genova e all’attacco alle Torri gemelle?
«Il G8 è stata un’enorme occasione perduta, perché chi c’era provò a occuparsi dei temi di cui oggi raccogliamo frutti amari: le disuguaglianze che hanno prodotto le migrazioni di milioni di persone, l’aumento esponenziale della violenza, la noncuranza per l’ambiente. La risposta ai manifestanti fu militare, fu un massacro. Poi l’attentato alle due Torri ha dato il via a quasi vent’anni di guerra al terrorismo».
Crede che certi partiti politici demonizzino gli immigrati per confinarli in una dimensione di ulteriore inferiorità?
«È uno sfruttamento a due sensi. Da un lato - spiega - li screditano pur sapendo quanto servano all’Italia, perché manca la forza lavoro e li vogliono senza diritti, in modo da essere ricattabili. Basti pensare al nostro settore agricolo, che fa largo uso di africani sottopagati e in nero».
E l’altro imbroglio dove sta?
«Sta nel convincere i cittadini italiani che se i loro diritti non sono più garantiti, se faticano ad arrivare alla fine del mese e la pensione non basta, la colpa sia di qualcuno appena scappato dall’Iraq, che ripara qui per lavorare e costruirsi una vita migliore. Volendo attribuirle, le responsabilità sono di chi ci governa, di chi è pagato per risolvere i nostri problemi».
Un’inchiesta recente de l’Espresso ha svelato le condizioni di un centro di accoglienza sull’Isola di Lesbo, in Grecia. Un centro che ospita circa 6mila profughi con 150 latrine di cui metà non funzionano. Sbarcano con l’unico vestito buono che possiedono e finiscono in spazi disumani.
«Temo sia uno degli avvenimenti di cui la storia ci chiederà conto. E non è l’unico caso, abbiamo dei ghetti anche nel sud Italia, i cosiddetti “cara”, dove li isoliamo per non vederli. Il caso dei siriani a Lesbo è stato eclatante, perché i loro figli fuggivano dalle bombe».
Non riusciamo proprio a metterci nei panni degli altri?
«Penso sia il problema di educare il nostro sguardo. Fintanto che trattiamo gli altri come una categoria, “i clandestini” ad esempio, non svilupperemo mai l’empatia. Se io guardassi Mohamed che viene dal Ghana per quello che è, lati positivi e negativi compresi, gli permetterei di essere se stesso. Mettere in luce le qualità individuali - dice la Strada - consente di immedesimarsi nell’esperienza altrui. Le vedute non si allargano con le etichette».
Neanche la sofferenza ci avvicina...
«L’errore sta nel modo con cui viene documentato il dolore degli altri, senza contare i media e i politici che soffiano sul fuoco. C’è uno squilibrio profondo. La tragedia delle due torri è stata divulgata onestamente, attraverso le vicende delle vittime, ma quando è toccato a Kabul i morti sono stati ridotti a delle cifre».
Hanno accusato alcune ong di andare a salvare i migranti ancora prima che i barconi uscissero dalle acque libiche, come se fossero già in contatto con gli scafisti. Illazioni?
«Se una ong avesse ricevuto una comunicazione da un criminale scafista in merito all’abbandono imminente di un gommone, cosa avrebbe dovuto fare? Avrebbe dovuto interrompere il contatto e lasciare morire delle persone? Credo che l’ong si sarebbe dovuta muovere ugualmente avvisando le autorità. Polizia e magistratura hanno un compito, noi ne abbiamo un altro».
Non vi si può chiedere di fare i poliziotti...
«Non sarebbe giusto, come non si può imporre alle ong di curare alcuni piuttosto che altri. Un giudizio del genere spetta a un boia... non a un medico. Prima di gridare alla collusione bisognerebbe verificare».
Contro quali resistenze istituzionali continua a combattere Emergency?
«In Italia tutte le ong sono in una terra di nessuno. Svariati servizi alla persona sono garantiti da volontari come noi, dalle mense per i poveri all’accompagnamento a scuola, sino all’assistenza domiciliare dei malati terminali. Riceviamo lodi e applausi dallo Stato per il lavoro svolto dal terzo settore, ma non spetterebbe a noi. Non ci dovrebbero ringraziare, bensì farci diventare inutili».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
