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Architettura viva La democrazia cresce nelle piazze

Architettura viva La democrazia cresce nelle piazze

Settis indaga sul legame tra bello e funzionale La proposta: serve un Giuramento di Vitruvio  

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Sarà una sosta lunga e piacevole quella di Salvatore Settis in città, specie per chi potrà ascoltare le sue parole. Oggi, alle 17, l’archeologo e storico dell’arte sarà ospite a palazzo dei Diamanti per intervenire in merito al volume “Il polittico Costabili. Prospettive incrociate”, a cura di Luisa Ciammitti e Vincenzo Gheroldi, e pubblicato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. «Si tratta di un dipinto monumentale di straordinaria importanza – esordisce Settis – che ha problemi complicati poiché comporta la collaborazione di due artisti, il Garofalo e Dosso Dossi, dei quali è difficile distinguere le mani e fornire una cronologia esatta. Grazie a ricerche scrupolose i due curatori del libro hanno apportato dati nuovi che permettono di risolvere una sorta di giallo intorno al quadro».

Domani alle 17.30, invece, l’accademico sarà alla libreria Ibs+Libraccio per presentare il nuovo volume edito da Einaudi, “Architettura e democrazia”. Saggio che già dal titolo ripropone la centralità dell’individuo nell’organizzazione degli spazi vitali e del territorio di appartenenza. Le disavventura del Ponte di Calatrava, uno dei casi più eclatanti, continuano a imperversare sui media. L’archistar avrebbe infatti sacrificato la funzionalità del progetto per favorirne l’estetica, per il bello a ogni costo.

«La responsabilità degli architetti è un principio che andrebbe introdotto nel sentire comune – incalza Settis –. Nel momento in cui l’architetto costruisce qualcosa in città non dovrebbe concepirlo come un’opera d’arte da vendere, come se disegnasse qualcosa su un foglio da incorniciare. Edifici, strade, piazze e ponti eretti in equilibrio con la comunità circostante comportano un mutamento di prospettiva. Subito interessano la vita di migliaia di cittadini, ma anche di chi ne godrà un secolo dopo. Archistar o principianti che siano, di frequente si nascondono dietro la richiesta del committente e, allo stesso modo, il medico potrebbe avvelenare su commissione. Per fortuna non funziona così». Fra il serio e il faceto, nel libro l’autore propone di istituire un Giuramento di Vitruvio per spronare gli architetti a fare del loro meglio, alla pari dei medici, favorendo la bellezza del luogo, ma senza danneggiarlo. E l’Ordine degli Architetti di Reggio Emilia l’ha preso sul serio, vincolando i suoi membri a tale patto.

Spesso citato, ma poco rispettato, l’articolo 9 della Costituzione comprende il concetto di tutela tanto caro a Settis: «Con tutela non s’intende salvaguardia passiva, ovvero fare la guardia a quello che c’è lasciando che il resto vada in malora. Tutelare lo spirito della città storica significa conservarne l’aspetto essenziale, senza ibernare il paesaggio. Le innovazioni sono contemplate, ma non le inserzioni violente che si manifestano come un’offesa al contesto. Mario Botta, ad esempio, con il Mart di Rovereto ha realizzato un museo interamente nuovo in una strada settecentesca. Un palazzo assolutamente contemporaneo e non un banale clone del passato, che nelle proporzioni e nell’uso dei materiali non dà noia e corrisponde a quelli limitrofi. Città come Ferrara - prosegue - non si sono fermate al Rinascimento, ma chi andava ad aggiungere strutture prestava attenzione al rapporto con il resto. La tutela è da concepire come un elemento dinamico puntato al futuro». Stili architettonici come quello che segna Tresigallo sono in gran spolvero, sebbene si portino dietro un’ombra ideologica. «L’architettura razionalista ha attraversato il Novecento – conclude Settis – in parte scendendo a compromessi con regimi autoritari, in parte affermando la propria indipendenza. Tuttavia il suo valore è generalmente riconosciuto e il fatto che coincidesse con la presenza di un governo fascista non va dimenticato, ma non è una ragione sufficiente per metterla al bando».

Matteo Bianchi

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