Una corrispondenza lunga 17 anni Pazzi racconta la nascita di un poeta
«Gentilissimo dottore… Riconosco che non è la cosa più importante, pubblicare quello che si scrive… Ma importante più di ogni cosa è vivere, lo so, vivere veramente per poter dire qualcosa. Molte...
«Gentilissimo dottore… Riconosco che non è la cosa più importante, pubblicare quello che si scrive… Ma importante più di ogni cosa è vivere, lo so, vivere veramente per poter dire qualcosa. Molte cose nuove vado scoprendo. Molti contenuti cambiano. Passano tanti miti, molte fedi; ne viene una al posto di più, un’indefinita, generica convinzione fiduciosa, fideistica della necessità di vivere. E buono e bene e bello e brutto e cattivo e male non hanno più quel sapore… suo, Roberto Pazzi». Scorrendo questa lettera di Pazzi a Vittorio Sereni, da scrittore in evoluzione a poeta affermato, sembra quasi di avvertire la soggezione di Dante nel rivolgersi a Virgilio. Per i tipi di Minerva è appena uscito “Come nasce un poeta”, un epistolario lungo 17 anni tra i due intellettuali, che racchiude un rapporto di stima e di amicizia, una passione condivisa, oltre ad alcuni tratti inediti del nostro panorama letterario.
Che cosa l’ha avvicinata a Vittorio Sereni?
«Il caso ha voluto che io nascessi nel paese dove andava in vacanza il parterre dell’intellighenzia italiana. Vittorio Sereni era il mio vicino. Bocca di Magra fu scoperto da Elio Vittorini prima della guerra e ci portò tutti gli amici intellettuali. Da ragazzo frequentavo Elena Einaudi e Silvia Sereni, che allungò i miei versi al padre. Dalle mie finestre vedevo passare Montale, Soldati, la Duras, la McCarthy, Longhi, Bertolucci, Giudici e tanti altri. Era il direttore letterario della Mondadori e in estate venivano a chiedergli consiglio».
Come viveva allora il mondo editoriale?
«Sereni era scisso dall’essere un poeta e dover decidere delle pubblicazioni altrui. Lo soffriva molto. Era costretto a dividersi tra la creatività spontanea e l’aziendalismo del suo ruolo attento alle vendite».
Si è sentito in debito con lui?
«È stato un rapporto complesso. Mi ha scoperto appena maggiorenne, mi ha dato fiducia. Senza contare che mi difese di fronte a mio padre e a mia madre, i quali volevano mi iscrivessi a Medicina e non a Lettere. Si spese personalmente per sostenere la mia ispirazione. Mi ha sempre esortato a non avere fretta di pubblicare».
Non conosceva le difficoltà della provincia.
«Sereni non concepiva quanto un ventiduenne scalpitante subisse la Ferrara dove quei pochi che credevano nella poesia erano fuggiti, da Bassani a Caretti. Di fatto, i borghesi non davano credito a un giovane laureato in Lettere, che secondo loro poteva ambire a mestieri da poco».
C’è ancora fame di maestri?
«Ancora di più, vedo solo maestri di narcisismo. De Sanctis, Fortini, Pontiggia si curavano degli esordienti. Si sente il vuoto lasciato da Pasolini e Siciliano, dalla Morante e Moravia che tenevano scuola. Adesso ciascuno deve fare da sé e cresce la solitudine».(mat.bia.)
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