Vino, con la scuola alchemica la pianta passa al primo posto
Arriva anche nel Ferrarese l’esperienza radicale nata nell’Oltrepò Pavese Merighi: «Non più produzione massiva e l’alimentazione così è più cosciente»
«Se si volesse fare un esempio per capire gli intendimenti della “scuola alchemica” bisognerebbe pensare a quei genitori che non forzano i figli ad essere come vorrebbero, ma li lasciano diventare quello che vogliono essere». Ecco, nelle parole di Marco Merighi, trent’anni di militanza vinicola, ex Trigabolo, ex Don Giovanni, animatore dell’EnoCloister e, soprattutto, divulgatore enoico sopraffino, quella che potrebbe essere la nuova rivoluzione del bere moderno, in una città diventata la prima in Italia per numero di locali con “vini naturali” in rapporto agli abitanti. E già questo sarebbe un traguardo lodevole.
Ma in pratica che cos’è questa “scuola alchemica”, di cui Marco è diventato brand ambassador? Intanto anticipiamo che la teorizzazione è tutt’altro che improvvisata. Anzi, canonizza le sperimentazioni pluriennali di Giorgio Mercandelli, avanguardista della biotica, famiglia di viticultori, ex fondatore di Sacrafamilia, da pochi anni interprete di un’esperienza radicale con i vini di RiLuce che, dall’Oltrepò Pavese affascinano mezzo mondo. «È innanzitutto consapevolezza - aggiunge Marco, che ormai da tre anni lavora al fianco di Mercandelli –, lontana da etichette, certificazioni ed altro. Consapevolezza di un gesto, quello dell’alimentarsi, che passa da meccanico a cosciente».
E in cosa si concretizza questa consapevolezza? «È come avere a che fare con una nuova esperienza sensoriale, in cui al centro non è più il mondo emerso ma quello sommerso».
Etica che diventa estetica e armonia che si tramuta in bellezza, dunque. E come viene ottenuto questo effetto, in vigneto, in cantina, cos’è che rende questi vini e questa esperienza radicalmente diversa dai vini biologici o naturali tanto di moda oggigiorno? «Si tratta di un passaggio radicale, la pianta smette di essere considerata uno strumento produttivo nel senso massivo del termine, per tornare ad essere inserita nel suo contesto».
Quindi, nessun intervento in vigna, né chimico né meccanico, solfiti aggiunti che raramente eccedono i 5 mg/litro, una viticultura che segue i corsi naturali delle stagioni e le correnti elettromagnetiche, per un risultato finale, al bicchiere, che spesso lascia di stucco, oltre che per la “musica del gusto e dell’esperienza”, come dice Mercandelli, proprio per l’armonia. C’entra anche la salute? «Certo, il discorso della salute deriva dalla ricerca dell’armonia nel lavoro che si svolge in vigna e poi in cantina ma, soprattutto, quello che ci interessa è l’assimilazione del processo sensoriale, olfatto, vista, tatto e solo alla fine il gusto. Tanto che - conclude Merighi - si può parlare davvero di un’enologia per cui l’unico elemento rilevante è la latitudine dei vigneti. Non più il vitigno, né il Paese in cui questo viene prodotto».
Una filosofia enologica solo apparentemente radicale, insomma, invece profondamente riconnessa alle basi non soltanto della produzione del vino, ma dell’agricoltura in generale, e del ruolo dell’uomo in questo assetto. Una filosofia che passo passo sta coinvolgendo diverse altre realtà oltre RiLuce, come la Heliantus e la Bel Sit, e si prepara a sconvolgere le coordinate del panorama enoico. Una piccola rivoluzione in embrione, insomma.
Riccardo Corazza
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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