La ricerca della verità nelle cronache quotidiane
L’ex direttore Paolo Boldrini ha raccolto ventiquattro articoli miliari “Mille lire a colonna” è il diario di trent’anni di giornalismo di provincia
Cronaca e storia, passioni sportive, personaggi di strapaese e stracittà. Un giornalismo ancorato alla realtà del territorio. Ma il campanile c’entra poco, se non quando a buttarlo giù è la terra che trema. Ferrara, Poggio Rusco, Mantova, L’Aquila e, scavalcate le città capoluogo, altri paesi che non direbbero granché se lì non fossero accaduti fatti e misfatti di nera che più nera non si può. A tenere tutto insieme è la strenua ricerca della verità scandita in ventiquattro articoli che Paolo Boldrini ha scritto sulla Nuova Ferrara che, prima di tornare a casa, segnò il suo battesimo alla direzione di un quotidiano del gruppo, e prima e dopo alla Gazzetta di Mantova.
Un’arte difficile, quella della verità, perché trovare la foce del grande fiume - e anche la sorgente, talvolta può capitare - è cosa ardua, si rischia di perdersi risalendo affluenti poco sinceri e con i detriti il delta si trasforma. Ugualmente quando sul Monte Baldo, la scalata in bici di Punta Veleno una volta arrivati in cima può lasciare sfiniti. Ma dopo la fatica, scendendo verso il Lago di Garda “mi sembra di volare”, scrive Boldrini nell’epilogo della sua salita. Arrivare fin su è sudore e sacrificio, ma ne vale la pena. I fatti, belli o brutti, sono lì per essere raccontati ai lettori, ma la verità non sta mai ferma, è in divenire finché chi la indaga e cerca di comprenderla riesce a darle uno stop. Provvisorio, perché poi lei riparte. Sempre in corsa, al pari di un’auto di Formula 1, velocissima, che in curva può uscire di pista, sbattere, catapultarsi e andare in pezzi insieme al pilota. Qui la verità si ferma e può essere raccontata, trovando una pace momentanea e impaziente perché poi tutto riprende, con le tragedie di sempre, infinite.
Boldrini scrive che nel volo che proiettò Gilles Villeneuve fuori dalla Ferrari “qualcuno vide la caduta di un angelo”, scrive di Ayrton Senna il cui epitaffio nel cimitero di Morumbi a San Paolo del Brasile recita come una preghiera che “Nada pode me separar do amor de Deos”, Boldrini scrive di Marco Pantani che, infrangendo ogni regola del ciclismo ma non della propria sensibilità di essere umano, scattava in salita “per accorciare la sofferenza”. Come in una Mille Miglia o sul Mont Ventoux, Boldrini insegue la verità dei fatti accaduti - magari a bordo della sua 500 o pedalando, o a piedi come tra le macerie dei terremoti, dell’Aquila nel 2009 e quello qui da noi nel 2012 - con tenacia lungo le pagine del libro “Mille lire a colonna”, edito da Tre Lune, che ora la Nuova porta in edicola nella provincia di Ferrara.
Mille lire a colonna era il compenso che Boldrini, trent’anni fa corrispondente da Poggio Rusco della Gazzetta di Mantova, incassava per ogni articolo spedito. La gavetta. Un’arte, la verità, che può seminarti e farti mangiare la polvere se non sai raggiungerla. E quando a spiattellarla sono quelli che dovrebbero garantirla e tutelarla e proteggerla da ogni falsità e inquinamento, allora cavarla fuori è duro, durissimo. Bisogna farsi scultori e adoperare la penna e la tastiera del computer come scalpelli ed estrarla dal marmo che la racchiude. Poi si va con strumenti più raffinati e di precisione e quando si intravede il traguardo bisogna usare la carta vetrata, sempre più sottile. Boldrini la verità la scopre così, nelle psicologie degli uomini e delle donne, e - quando in gioco sono la vita e la morte - dentro blocchi di menzogne da smascherare, tanto più intricate quando a mentire sono quelli che nelle storie dovrebbero essere gli eroi, i buoni, e invece sono i cattivi: furono dei partigiani nel 1945 a uccidere Emilio Missere, esponente cattolico del Cln di Medolla, in conflitto con la fazione comunista, nella Bassa modenese (il corpo non fu mai trovato), e nel 2005 furono alcuni agenti di polizia nella periferia di Ferrara ad ammazzare a forza di botte Federico Aldrovandi. In questo caso, per avere scritto la verità Boldrini ha dovuto soffrire, passare per il giudizio dei tribunali. Una ferita ancora aperta per Ferrara e per la coscienza di tutta l’Italia civile, dove ancora accadono cose di questo genere.
Ventiquattro pezzi scritti da un giornalista che non vuole essere considerato uno scrittore, ma solo un cronista di ciò che accade giorno per giorno. Paolo Boldrini vive la realtà quotidiana e la racconta qual è, senza forzature, tenendosi a distanza siderale da ogni forma ideologica e non facendo sconti a nessuno, tanto meno a chi ha potere - proprio come faceva l’Indro sulla copertina del libro - lasciando a chi legge trarre ogni conclusione, in piena libertà.
Gilberto Scuderi
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