Vendetta per i femminicidi nel paesino del welfare rosa
L’ospite di aprile di “Due pagine prima di dormire” sarà Marilù Oliva. Domani alle 21, all’Ibs+Libraccio di Ferrara il gruppo di lettura si riunirà per presentare il nuovo libro della scrittrice, Le...
L’ospite di aprile di “Due pagine prima di dormire” sarà Marilù Oliva. Domani alle 21, all’Ibs+Libraccio di Ferrara il gruppo di lettura si riunirà per presentare il nuovo libro della scrittrice, Le spose sepolte, appena pubblicato da HarperCollins Italia.
Monterocca pare un’oasi di pace, eppure diventa scenario di una serie di atroci delitti. Oliva, cosa significa la cosiddetta “Città delle Donne”?
«L’apparenza che inganna. È incastonata tra le colline bolognesi e immersa tra elementi tanto fiabeschi quanto in contrasto, come il bosco fitto e il lago dalle acque limpide, oscurità e trasparenza. Rappresenta la doppiezza; sebbene si tratti di un luogo a cielo aperto è claustrofobico, poiché circoscritto dalle mura. I personaggi del racconto portano maschere che mi sono divertita a far cadere».
Le indagini giungono qui perché c’è una parte dell’arma del delitto.
«È un paese all’avanguardia. Tutto si svolge all’insegna del welfare e dell’integrazione. C’è addirittura una casa farmaceutica dove vengono testate nuove sostanze di cui si avvale la medicina nazionale. Una di questa è il Pentotal, utilizzata dal carnefice per stordire i suoi bersagli».
Chi sono davvero le vittime?
«Ce ne sono di due ordini. Le vittime della fiction sono i mariti che vengono uccisi dal serial killer delle spose sepolte. Le altre sono le donne che spariscono, delle quali non si sa più alcunché. E per questo ai compagni sospettati risulta persino facile infangarne la memoria».
Ma i più colpiti in assoluto sono i figli. Che cosa succede a quelli che restano?
«In Italia la violenza assistita riguarda il 75% dei casi, quindi una percentuale alta. Significa che su 100 violenze o delitti, 75 sono famiglie in cui i bimbi assistono. Sin dall’inizio il lettore capisce che l’assassino ha a che fare con un trauma irrisolto».
E la vendetta quanto spazio occupa tra le pagine?
«Per gli esseri umani è un tema importante… dal punto di vista narrativo è come se ripristinasse un equilibrio scardinato. Non credo in quella fai-da-te e l’epilogo del romanzo lo dimostra. Non lo credo, altrimenti tutto sfocerebbe nell’anarchia, mentre noi apparteniamo a una comunità fondata sulle regole e sul rispetto reciproco».
L’ispettore Micol Medici, la protagonista, rimane coinvolta nell’indagine?
«Assolutamente, pur fingendo di essere impermeabile. Non si abbandona a sentimentalismi, non si trucca, non subisce l’ansia di apparire. Non a caso, in onore della sua mente scientifica ho scelto un cognome all’altezza. Tuttavia riaffiora spontaneo il suo lato umano».
Perché ha scelto il noir per riflettere sulla realtà?
«È il genere privilegiato per uno sguardo sul sociale. Le investigazioni procedono secondo lo schema tipico del Giallo con il gusto di un thriller. Mi piace aumentare la suspense, ma non voglio fare gerarchie. Se il Giallo è più rigoroso, più rassicurante, il Noir aggiunge consapevolezza».
Matteo Bianchi
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