La Nuova Ferrara

Classico senza tempo Ferrini all’Abbado con il suo Shakespeare

di SAMUELE GOVONI
Classico senza tempo Ferrini all’Abbado con il suo Shakespeare

L’attore e regista racconta “Misura per misura” «Lo spettacolo è una critica attualissima alla sete di potere»

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Affonda le sue radici in un passato profondo la passione che Jurij Ferrini nutre per William Shakespeare e, in particolare, per “Misura per misura”. Non a caso l’attore e regista ha scelto di indossare la doppia veste per portare in scena proprio quest’opera, in bilico tra dramma e commedia, in occasione del quattrocentesimo anniversario dalla morte del Bardo (1616-2016). Con Ferrini sul palco ci sono altri undici attori e attrici. “Misura per misura” arriva a Ferrara un anno e mezzo dopo il suo debutto allo Stabile di Torino e chiude la stagione di prosa del Teatro Comunale Abbado di Ferrara. Ferrini, perché ha scelto di (ri)portare in scena proprio questo spettacolo?

«Con “Misura per misura” mi ero già confrontato a inizio anni 2000 e ho scelto di lavorarci nuovamente perché è un testo per me ricco di tematiche importanti e argomenti su cui riflettere; il perdono, la grazia, il potere. La traduzione di cui ci siamo avvalsi è davvero ben fatta e ogni frase è un “dono” per le orecchie».

Come lo descriverebbe?

«È un’attualissima critica alla sete di potere forte oggi come ieri, o forse di più. La forza di “Misura per misura”, così come la maggior parte dei testi di Shakespeare, è quella di essere senza tempo. Non ci sono riferimenti particolari che ci “legano” ad un’epoca piuttosto che ad un’altra e quindi è sempre attuale».

Quale eredità ha lasciato Shakespeare al mondo culturale?

«È strano perché ci sono solo quattordici parole attribuibili con certezza a lui; tutto quello che oggi sappiamo di lui lo dobbiamo alle testimonianze dei suoi attori e della gente che lo conosceva. Shakespeare non era consapevole della sua genialità eppure le commedie, le tragedie, i drammi, i sonetti e tutto quello che ci ha lasciato, è estremamente vivo».

Avete attualizzato l’allestimento o i costumi sono quelli di un tempo?

«I frati vestono allo stesso modo da secoli e quindi loro sono gli unici che portano gli stessi costumi di allora ma per il resto c’è stata assoluta libertà anche perché con Shakespeare non c’è un’epoca precisa a cui attenersi (al di là dei drammi storici che invece hanno riferimenti stabiliti). C’è tanta immaginazione nei suoi testi, tanta fantasia e questo ci permette di spaziare e “giocare”. Fare Shakespeare in calzamaglia lo trovo sinceramente un po’ riduttivo».

Ci sono autori oggi che potranno diventare “classici”?

«Me lo auguro. Al di là dei grandi del Novecento che già lo sono, come Pinter o Beckett o Brecht, penso per esempio al mio coetaneo Rafael Spregelburd e al suo “Fine dell’Europa”, uno spettacolo per me grandioso che consegna al pubblico una visione globale del mondo e della crisi dell’Occidente. Ecco quello potrebbe diventare un classico».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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