Basta con i Peter Pan Lidia Ravera racconta la vita e l’età che avanza
L’autrice di “Porci con le ali” sabato sarà all’Ibs+Libraccio «Voglio che la mia generazione sia ancora protagonista»
Quarant’anni (o poco più) dopo “Porci con le ali”, divenuto ben presto romanzo generazionale e simbolo di un’epoca Lidia Ravera racconta ancora la vita e le donne: dallo scorso anno è in libreria il suo ultimo “Il terzo tempo” (Bompiani, 2017), e sabato sarà a Ferrara a presentarlo nell’ambito della rassegna Declinazioni del femminile, a cura della psicoanalista Chiara Baratelli. Dopo gli interventi di Serena Marchi, Federica Bosco e Giada Sundas, sabato l’appuntamento con Lidia Ravera e con Chiara Baratelli, che dialogherà con l’autrice, è alle 18 alla libreria Ibs+Libraccio.
“Il terzo tempo” nel rugby è il momento in cui si condivide spensieratezza tra avversari, dopo la partita. La maturità è il momento giusto per fare pace con se stessi e con il passato?
«Sì, il titolo ha questa doppia, tripla lettura: più che di conciliazione è il momento in cui non si è più dentro il la rigidità del gioco, non hai più bisogno di maschere e hai accesso a una serenità superiore. Si capiscono quali sono le cose più importanti, ed è un tempo lungo, che una volta non c’era: quando uscivi dalla maturità e si andava in pensione si moriva, non c’era da attrezzare un terzo tempo. Adesso invece c’è, è un regalo della scienza, della tecnologia, dei decenni di pace, si è creata questa maggiore aspettativa di età. Oggi a 60 anni se ne hanno davanti altri 30, praticamente una vita, e va vissuta».
Come pensa siano cambiati nel tempo, il concetto di “vecchiaia” e la modalità di invecchiare?
«Le stagioni della vita ora sono quattro, non più tre: il quarto tempo è quando non si è più padroni di se stessi, non si è più autonomi. Non arriva allo stesso momento per tutti, ma di certo il terzo tempo non è più l’ultimo. Oggi chi ha dai 60 anni in su è figlio del boom demografico, eravamo tanti quando siamo nati e lo siamo ancora, siamo una maggioranza tra gli adulti. Non è una realtà piccola, e bisognerà tenerne conto, anche nella produzione culturale, nei romanzi, nei film, nella televisione. Bisogna che si parli di questa fase della vita in cui il protagonismo continua, ci sono ancora gli affetti, l’eros, i nuovi incontri, i cambi repentini, le nuove esperienze. Ciascuno invecchia a modo suo, non c’è un codice, dipende dalle condizioni fisiche, dalla curiosità, purtroppo anche dalle condizioni economiche: ci sono terzi tempi di pensioni minime, che non possono essere paragonati al mio, per esempio. Quello che bisogna combattere è lo stereotipo, non se ne può più del giovanilismo di una società che invecchia, la società è sempre più anziana, non nascono più bambini, e non conviene a nessuno esercitare il disprezzo nei confronti di chi non è più giovane».
Pensa che la vecchiaia sia un tabù? Sicuramente è un argomento scomodo, anche se non proibito.
«Io scrivo romanzi di storie d’amore tra persone vecchie, ma nessuno è ancora riuscito a farci un film, ci sono andata vicino, ma non ce l’abbiamo fatta. Continuiamo a fare film su adolescenti o su eterni Peter Pan che non vogliono crescere, però questo tema nuovo, più sorprendente, non viene colto. In Italia c’è una forte resistenza, non so… Vogliamo far finta di avere ancora tutti vent’anni o vogliamo abbandonare nella solitudine il 23 % della popolazione? Perché è sui film e sui romanzi che si costruisce l’immaginario collettivo, e se non lavoriamo su questo le persone negli anni della maturità non avranno più voglia di vivere. Se non ci si sente più protagonisti, ci si abbandona alla solitudine. Io sento la responsabilità di dare alla mia generazione la speranza e la voglia di essere ancora protagonisti».
In un’intervista diceva che vorrebbe i giovani “più incazzati”, cosa intendeva esattamente?
«Li vedo sfiduciati, poco attenti a migliorare la loro condizione, e non è un buon momento per i giovani, non hanno lavoro o sono precari, le ragazze sono ancora messe davanti alla scelta se fare carriera o diventare madri, la crisi economica i giovani l’hanno pagata molto duramente. La vedrei molto bene ora una ribellione giovanile, noi la nostra parte l’abbiamo fatta, aspetto che ci sia dai vecchi sessantottini una collettiva ribellione ai cliché della vecchiaia, e da parte dei giovani una sostanziosa ribellione alle loro condizioni di vita».
Irene Lodi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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