La Nuova Ferrara

Un disco nato on the road tra alberghi e backstage

di SAMUELE GOVONI
Un disco nato on the road tra alberghi e backstage

I Baustelle stasera a Bologna presentano “L’amore e la violenza vol. 2”

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Sono tornati con “12 nuovi pezzi facili” a un anno di distanza da “L’amore e la violenza”, settimo album in studio della band, uscito a gennaio 2017, quattro anni dopo “Fantasma”. I Baustelle, ovvero Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, sono in splendida forma. Il nuovo disco “L’amore e la violenza vol. 2” è una bomba a orologeria che esplode nelle mani, nelle orecchie e nella pancia dell’ascoltatore. Anticipato da “Veronica n. 2”, l’album si apre come (quasi) da tradizione con un brano strumentale “Violenza”, appunto, che spalanca le porte al mondo dei Baustelle. In poco meno di sessanta minuti si viene a contatto con canzoni che lasciano il segno e “Baby”, “Perdere Giovanna” e “L’amore è negativo” certo sono tra quelle.

La band di Montepulciano ancora una volta ha ribaltato gli schemi e dopo un disco sinfonico, seguito da una rottura «oscenamente pop», è tornata a sorpresa (solitamente tra un album e l’altro passavano sempre almeno un paio d’anni) con un lavoro che parla di amore, sentimenti e vita, quella vera. Questa sera il tour, partito la settimana scorsa da Senigallia, fa tappa all’Estragon di Bologna (via Stalingrado, 83). Il locale è già sold out da giorni. In attesa di vederli sul palco alle 21, Francesco Bianconi ha raccontato alla Nuova Ferrara la genesi di un album toccante, a tratti aggressivo, energico e dirompente, in pratica: commovente.

Come è nato “L’amore e la violenza vol. 2”?

«È nato in maniera inaspettata e quasi romantica, come vuole la storia del rock. È nato “alla vecchia” mentre eravamo in tour, con la chitarra. Ci siamo sorpresi noi stessi dei risultati che stavamo ottenendo. Claudio (Brasini, ndr) era in grande forma; non volevamo inibire la vena creativa, anzi, abbiamo scelto di assecondarla. Abbiamo composto le musiche tra una data e l’altra, nelle camere d’albergo e nei backstage. Sono arrivate e le abbiamo accolte».

Quindi praticamente finito il tour siete tornati in studio.

«Sì, invece di tenere le tracce nel cassetto mi sono messo a scrivere i testi. È arrivato tutto di getto e in velocità, da qui l’idea di incidere un nuovo disco. Abbiamo mantenuto praticamente lo stesso titolo del precedente, per dare un senso di continuità. “L’amore e la violenza vol. 2” è molto “imparentato” con il suo predecessore. Non è una raccolta di brani scartati, è un album nuovo, ma abbiamo mantenuto un legame con quel mondo sonoro che ci interessava continuare ad esplorare».

E come vi sentite? Che effetto vi ha fatto non fermarvi?

«Ci sentiamo bene, anche se non ci fermiamo da un po’ stiamo bene. Penso che ci si debba fermare quando si sente che è necessario farlo. Noi avevamo e abbiamo voglia di continuare. Sono stato a Milano a vedere Bob Dylan l’altra sera; lui gira il mondo da tanti anni senza fermarsi mai e sta benissimo».

Com’è cantare l’amore senza cadere nei classici cliché?

«È stata una sfida. Dopo le musiche mi sono concentrato sui testi e mi sono dato una regola: volevo parlare di amore e relazioni sentimentali. Nel precedente, chiamiamolo volume uno, il contesto prendeva il sopravvento sul privato ma questa volta ho voluto attenermi al tema e dunque al sentimento, ai rapporti personali. Per me la sfida è stata cantare l’amore in maniera nuova, mi interessava il racconto sull’amore piuttosto che l’amore stesso».

L’album si chiude con “Il minotauro di Borges”, canzone tratta da un racconto dello scrittore argentino.

«Sì si chiama “La casa di Asterione”. Avevo letto anni fa questo racconto, certe cose si leggono quando si è troppo giovani. Il mio amico Kaballà (al secolo Giuseppe “Pippo” Rinaldi, ndr) parlando me lo ha fatto tornare in mente, l’ho riletto e mi è sembrato il più bel racconto del mondo. Mi si sono accese tante lampadine e ho cercato di farne una canzone ma... era già tutto scritto nel racconto».

Come vede il panorama indie italiano di oggi?

«Penso faccia un po’ ridere parlare ancora di indie visto che la barriera che divideva l’indie dal mainstream è stata abbattuta. Il crollo del muro per me è un bene, noi siamo sempre stati favorevoli al grande pubblico; questo però non deve compromettere l’identità e l’approccio di ricerca che si ha nei confronti del pop. La vittima, almeno per ora, dell’abbattimento del muro è la particolarità. Vedo tante cose simili tra loro e una pigrizia melodica di fondo. I testi per quanto mi riguarda, non parlano di me e della mia vita. Mi ritrovo ad ascoltare Morrissey, gli Smiths, Cohen o Dylan. Ma... aspettiamo e vediamo che succederà; intanto la barriera è stata abbattuta».

La scaletta del concerto si concentra sul nuovo disco, ci sarà spazio anche per canzoni storiche del repertorio?

«Non ci piacciono i concerti lunghi ma abbiamo creato una buona commistione tra vecchio e nuovo e poi non facciamo mai concerti uguali, qualcosa sera dopo sera cambia sempre. Al pubblico piace questa soluzione e noi ci divertiamo a dare vita a piccole variazioni».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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