La Nuova Ferrara

Mezzogori eroico Superò naufragio e campi sterminio

Mezzogori eroico Superò naufragio e campi sterminio

Il 97enne comacchiese è un simbolo del 25 Aprile «L’affondo del Capacitas costò la vita a 70 ragazzi»

3 MINUTI DI LETTURA





Il sorriso fiero e lo spirito indomito sono quelli di un ventenne, ma Filippo Mezzogori, 97 anni compiuti il 13 febbraio scorso, è uno dei pochi italiani viventi scampati al campo di concentramento di Dachau, in Germania.

Quella di Mezzogori, ex marinaio della Marina militare, tra i primi vigili urbani dell’Italia repubblicana, è un’esistenza segnata e fortificata dalle tragedie del Novecento, culminate con la guerra per la Liberazione, celebrata mercoledì.

«Nel 1941 ero a bordo del piroscafo mercantile Capacitas, affondato dalle artiglierie inglesi al largo dell'Argentario - ricorda Mezzogori come se fosse ieri -; eravamo 130 giovani marinai imbarcati, perché quella era una nave adibita al trasporto mercantile, ma militarizzata con i cannoni. Ci siamo salvati in 60 dal naufragio. Io sono finito in ospedale a Livorno con una scheggia in un occhio e ferite ad un braccio, ma me la sono cavata».

Il relitto del Capacitas è riaffiorato una decina di anni fa sulle coste livornesi. Dalla zattera di salvataggio all’ospedale, l’esperienza militare durante la guerra ha riservato a Mezzogori un’altra sorpresa, perché una volta guarito il marinaio comacchiese è stato destinato all’isola di Creta, a sorvegliare una postazione con mitragliatrici anti-aeree. Dopo la firma dell’armistizio e lo sbarco alleato del settembre 1943 al giovane Mezzogori, così come a tanti altri connazionali, venne offerta l’opportunità di combattere per la Repubblica di Salò, ma al rifiuto categorico, il comacchiese venne deportato in Germania.

«Dopo aver attraversato su un carro bestiame - racconta Mezzogori - i campi di sterminio di Birkenau e di Auschwitz, mi spedirono al campo di Dachau, ai lavori forzati, dove riuscii a resistere e sopravvivere sino alla fine della guerra».

L’esperienza a Dachau minerà il fisico del giovane marinaio comacchiese, ma non lo spirito, tanto da riuscire a scampare a percosse, fame, stenti e soprusi.

«Se per fame rubavamo cibo erano botte da orbi - ricorda Mezzogori -; ho visto uomini impiccarsi ai manici delle finestre, pur di non sopportare altra fame ed altra violenza. Mangiavamo anche le bucce delle patate...».

In quella baracca degli orrori, condivisa con altri 36 militari, Mezzogori è rimasto a lungo, sino all’ottobre del 1945, quando, finalmente, liberato dalle truppe sovietiche, ha potuto fare rientro a casa.

«È per tutti noi un esempio di forza, di coraggio, di rettitudine - interviene il nipote Franco Mezzogori -; lo zio è un libro vivente dei drammi della guerra e dell’Olocausto. Incarna la storia, quell che non va dimenticata».

Il 28 gennaio 2017 Mezzogori ha ricevuto dalle mani del sindaco Marco Fabbri la medaglia e l’attestato della Liberazione, conferiti dal ministro della difesa Roberta Pinotti. Un momento toccante e coinvolgente, condiviso con gli alunni delle scuole in occasione del Giorno della Memoria e con l’Anpi di Comacchio, presieduta da Vincenzino Folegatti, da sempre impegnata a divulgare il significato della Resistenza per il ripristino delle libertà fondamentali in Italia.

Sino a due anni fa Mezzogori girava ancora in bicicletta per Porto Garibaldi, dove vive con la figlia Lucia, ma adesso che le forze si sono affievolite (ma non lo spirito), sono i figli Bruno e Pier Michele ad accompagnare il papà sul porto, per fare due chiacchiere con i pescatori o per selezionare il pesce fresco da acquistare.

«In giardino continua a fare piccoli lavori con il legno, la sua passione - interviene il figlio Bruno - , ma ogni tanto lo porto ancora in barca a vela».

Katia Romagnoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google