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l'intervista

Parker e Benedetti, due fuochi che bruciano veloci

Parker e Benedetti, due fuochi che bruciano veloci

Storie di vite veloci, di letteratura e di jazz

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FERRARA. Francis Scott Fitzgerald definì il primo ventennio del Novecento quello dei losers. E Dean Benedetti era un uomo del suo tempo, che non riusciva a stare a bordo di un mondo che correva forte, che bruciava d’innovazione. “Benedetti da Parker” (Cairo Editore) è l’ultimo romanzo di Alessandro Agostinelli, reporter di viaggio e firma de L’Espresso, e racconta la vicenda di un individuo che provò sulla sua pelle gli effetti di una musica travolgente. Sia lui, sia Charlie Parker morirono a 34 anni dimostrandone 70, ma con una sola regola: il Jazz. Sabato alle 18.30, l’autore lo presenterà alla Feltrinelli di Ferrara con Licia Vignotto.

Cosa significa il Bebop, oltre la velocità di quella società?

«Fino ad allora il Jazz si ballava, c’erano le grandi orchestre, Miller, Ellington e Armstrong. Il Bebop di Parker, Gillespie e Blakey fu una cesura fondamentale: divenne furioso e ribelle, si poteva sperimentare. Senza una rivoluzione, un salto, non sarebbero poi esistiti Coltrane o la musica dodecafonica».

L’incontro tra Benedetti e Parker cos’ha simboleggiato per il futuro del Jazz?

«Parker è stato il massimo innovatore del Novecento e le registrazioni dei suoi assoli, grazie a Benedetti, ne sono state la prova. Dal lato umano quello di Benedetti era un rapporto di amore e odio nei confronti di un genio. Era una sorta di Salieri luminoso che ha sublimato l’invidia in stima e quasi in apostolato».

Perché Benedetti decise di attraversare l’Atlantico per venire sino a qui?

«Tornò alle radici della sua famiglia, a Torre del Lago Puccini, dove il padre lo aveva anticipato una volta in pensione dalla Pacific Railway Road. Rischiava di essere arrestato dalla polizia per detenzione e spaccio di stupefacenti. Negli States con il terzo fermo andavi dentro; pensò di fare una vacanza oltreoceano affinché si calmassero le acque».

Ma non aveva fatto i conti con la sua malattia.

«Soffriva di una grave forma di miastenia, che gli aveva corrotto i muscoli. Era un tossicomane e qui non c’erano droghe, men che meno l’eroina. Cominciò a bere per resistere alle crisi di astinenza, ma non ce la fece».

Durante l’esilio in Toscana come trascorreva le giornate?

«Viveva al paesello, in una dependance dei genitori, e giocava a dama al Gran Bar, l’unico gioco che era riuscito a imparare. Lo prendevano in giro perché era diverso, era bizzarro. Non c’era nulla, specie nella microprovincia dove le persone vivevano di caccia e pesca. Pochissimi avevano un vero lavoro. I ‘suoi’ ragazzi, gli appassionati di musica che lo frequentavano, non avevano manco i soldi per le scarpe. Giannerini, ad esempio, faceva lo scotitore di pini per venderne i pinoli».

Da perdente in America ad alieno in Italia: non sopportò il peso del cambiamento?

«Abituato all’aria di Los Angeles e di New York, prese il largo dalla più grossa potenza economica e culturale del mondo, dal top dell’umanità dell’epoca, per finire in un paese devastato dalla guerra. Tuttavia era dentro quel momento storico e ha lottato per la sua passione fino alla fine, senza scendere a compromessi. Era un giusto».

Matteo Bianchi

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