La Nuova Ferrara

Nei suoi scritti spiccava su ogni cosa la vena autoironica

di CARL WILHELM MACKE
Nei suoi scritti spiccava su ogni cosa la vena autoironica

Tra i volumi anche l’autobiografico “Questione di statura” Sempre vivo il ricordo del fratello fucilato dai tedeschi 

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“La migliore cura preventiva contro tutti i roghi - ha scritto una volta lo scrittore triestino Claudio Magris -è la facoltà di ridere di se stessi”. Gaetano Tumiati, che ho incontrato purtroppo solo qualche volta nei suoi ultimi anni, personificava meglio di chiunque altro questo stile di vita. Forse la capacità di essere ironici e, soprattutto, autoironici, costituisce una caratteristica di tutto il grande giornalismo italiano, quello della generazione di Tumiati, di Indro Montanelli, Leo Longanesi o Mario Pannunzio.

Per i giornalisti tedeschi questo senso dell’ironia nello scrivere degli altri e di se stessi non è assolutamente tipico. In Germania si preferisce scrivere dei grandi avvenimenti storici o anche dei piccoli scandali quotidiani della politica con un certo tipo di seriosità del tutto “prussiana”. L’autoironia non è un punto di forza dei tedeschi. Tumiati, per quanto ho avuto la possibilità di sperimentare incontrandolo di persona o leggendo i suoi testi, era invece un faro di ironia e di infinito amore per la vita.

Tumiati è stato un grande scrittore ed intellettuale, ma è conosciuto soprattutto per la sua attività di giornalista: ha lavorato come redattore-capo per L’Illustrazione Italiana, come inviato speciale per La Stampa, Panorama, il Corriere della Sera e il Secolo XIX ; memorabili sono stati i suoi reportage dalla Cina di Mao Tse Tung e dalla Corea del Nord.

Apparteneva ad un’illustre famiglia ferrarese, come si può vedere dalla lapide in via Palestro 31, e ha anche scritto dei romanzi sulla sua famiglia, come Morire per vivere sulla morte del suo amato fratello Francesco detto “Francino”, fucilato dai soldati della Wehrmacht nel 1944 a Cantiano nelle Marche. Un libro estremamente coinvolgente e toccante.

Diverso, ma altrettanto complesso e profondo, è Il busto di gesso, il romanzo di un uomo che deve la dirittura morale della sua vita a tre busti di gesso: il primo è quello familiare, della borghesia di provincia negli anni Venti; il secondo è la fede fascista, vissuta con l’incoscienza degli anni della giovinezza. Il terzo è quello del protagonista, che trova nel socialismo il sogno di un mondo diverso, nuovo ma anche fragile modello di una società più giusta e più umana.

Dalla sua ironia e dalla sua gioia di vivere e sorridere si poteva imparare molto. La depressione era per lui una parola sconosciuta, per quello almeno che si poteva capire nel corso di una conversazione, sempre vivacissima e piena di battute. E poiché era di statura (e non solo di statura...) grande, aveva quasi l’obbligo di guardare gli altri sempre dall’alto verso il basso, ma mai in modo arrogante o snob, sempre con grande gentilezza e compassione per gli uomini più piccoli. Tutto era per lui una Questione di statura, come dice in un suo divertentissimo libro autobiografico.

Quello che ha detto Tumiati nel ridotto del Teatro Comunale, come ringraziamento per il Premio Stampa del 1999, vale ancora oggi: «Ferrara è diventata un punto di riferimento essenziale. Rispetto a sessant’anni fa, quando il benessere era riservato a poche famiglie, i progressi sono stati immensi. Vedo in giro tanta bella gente, una volta a stare bene era una élite. Certo, sento parlare di crisi. Ma per chi appartiene alla mia generazione è difficile vederla».

Anche la Spal è sempre stata per Tumiati un punto di riferimento essenziale, per sua stessa ammissione: «Dal giorno ormai lontanissimo in cui lasciai Ferrara, mi sono stabilito a Milano e centinaia di volte mi sono sentito chiedere se ero dell’Inter o del Milan. E ogni volta la mia risposta ha lasciato sorpreso il mio interlocutore. Né Milan né Inter. Io sono della Spal».

Che peccato che la Spal sia ritornata in serie A solo dopo la sua morte...

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