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"Indifesa" un romanzo di formazione e redenzione

Un dettaglio della copertina del volume
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Un dettaglio della copertina del volume

Cesaro oggi alle 18 sarà all'Ibs+Libraccio per presentare il suo libro. L'autore: «Siamo ossessionati dall'aggettivo possessivo e in noi non c’è mai posto per l’altro che si riduce a un ingombro e ci leva il meglio dell’esistenza»

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FERRARA. Una lettura differente del dolore nell’esistenza è possibile; d’altronde, la presenza del dolore nel corso della vita di una persona è pari alla quantità di acqua sul nostro pianeta. E seppure consideriamo l’acqua indispensabile per vivere, rifiutiamo di soffrire. Il romanzo d’esordio di Giuseppe Cesaro, Indifesa (La Nave di Teseo), ci mostra una prospettiva dettata dall’accoglienza dell’altro, di tutto ciò che reputiamo diverso e ci spaventa. Cesaro abbandona progressivamente ogni pregiudizio, facilitato da una prosa scorrevole, e ci accompagna ad alcune domande fondamentali, ovvero al senso del dolore che diventa la chiave per cambiare, per migliorare interiormente. Oggi, alle 18, l’autore lo presenterà alla libreria Ibs+Libraccio con il docente Fabrizio Fiocchi.

Iniziamo dal titolo, Indifesa: per quanto riferito all’indole del protagonista, perché ha usato un aggettivo femminile?

«È una qualità importante di Andrea che scopre solo grazie all’incontro con Livia. È lei a rivelargliela. Si tratta di un’anima “indifesa”, di una persona in senso complessivo. Sconta una natura fragile e complessa, che non rientra negli standard della cosiddetta “normalità” nella quale è immerso».

Però sostiene di sentire arrivare la violenza sul ring e di non riconoscerla. Di non riconoscere l’avversario.

«Non vuole reagire, fugge dai bulli oppure, se raggiunto, si paralizza. È indifeso anche per scelta. Non risponde perché sarebbe un legittimare l’aggressività altrui, mentre a praticarla sono solo i violenti».

Qual è il trauma che gli consente di prendere coscienza?

«All’età di nove anni assiste alla morte della sorella e si sente tradito dalla vita, prova sulla sua pelle il peso della solitudine. Invece il secondo succede durante l’ora di scienze, quando va in bagno e subisce l’emorragia drammatica che ne trasforma la fisiologia».

Perché si è cimentato in un romanzo di formazione?

«E anche di redenzione. Ho iniziato a connotare il protagonista tra i dodici e i tredici anni di età poiché ha un fondo autobiografico nella condizione di mobbing scolastico che ho patito. Ho voluto trasferire un’esperienza personale su piano universale, o almeno ci ho provato. Ciò che noi oggi leggiamo quotidianamente con l’assillo di una violenza cieca, è come se ci avesse condotto a togliere la catena al pitbull che alberga dentro di noi, lasciandolo libero di scorrazzare indisturbato per le strade; come se la nostra inclinazione più ferina si manifestasse nel frangente in cui non è più compensata dalla cultura».

Di fatto homo homini lupus…

«Ci connota da sempre l’ossessione dell’aggettivo possessivo per il quale tutto è mio: mia madre, mio padre, la mia casa, la mia auto, mia moglie, mio figlio, la mia vita e il mio tempo. Non c’è mai posto per l’altro che si riduce a un ingombro e ci leva il meglio dell’esistenza. In Occidente, ma ormai dovunque, si respira una rabbia nei confronti degli altri fuori controllo e che neanche ci preme più controllare».

La storia si svolge alle porte del ’68. Lo considera un momento storico simile al nostro?

«Il carico di superficialità e di non curanza nei confronti della collettività mi fa temere un punto di rottura violento. E non così lontano nel tempo. Quando il risentimento diventa l’impulso che ci guida, determina una frantumazione del concetto stesso di società, la quale prevede convivenza e condivisione. È inevitabile e l’uomo non se l’è inventata per amore del prossimo, è semplicemente funzionale. La socialità è un bisogno che controlliamo attraverso vari elementi per raggiungere il bene comune. Sembra che si stia perdendo la linea dell’orizzonte e l’ “io” prevalga indiscusso sul “noi”».

Il rapporto con Livia come lo riscatta nei confronti di sé e della realtà circostante?

«È colei che gli spiega quanto la sua doppiezza, la condizione che gli ha provocato isolamento e sofferenza, sia unica nella storia dell’umanità. E diventa un vantaggio, una fortuna, quasi una benedizione. Livia gli permette di sublimarla: questa doppia sensibilità gli conferisce una profondità che nessun essere umano può possedere e che, al contempo, ciascuno di noi dovrebbe poter apprendere. Parimenti la capacità di ascoltare l’altro, di mettersi nei suoi panni e di dargli fiducia».

Andrea afferma di non aver mai mentito, sebbene nessuno gli abbia mai creduto. Per primi i suoi genitori…

«Con il padre non c’è alcuna relazione; staziona tra le sue sudate carte, non riuscendo a rapportarsi con nessuno. La moglie lo segue, sacrificandosi per stare al fianco di questo intellettuale ottuso che presume di avere la verità in tasca».

Paradossalmente il padre, per quanto istruito, condivide con Andrea solo l’idea che si è fatto di lui e il legame di sangue. Ma nulla di emotivo o di spirituale. E il ragazzo risponde esprimendo la sua creatività attraverso l’arte: perché ha scelto proprio la musica?

«È l’unica lingua che tutti possiamo parlare e comprendere senza conoscere grammatica e sintassi, senza inibirci di fronte alle regole. L’unica che realizza il miracolo della Pentecoste e ci mette in comunicazione con chiunque. Andrea trova questa corrispondenza con la musica per uscire dal fossato che il padre stesso gli ha scavato intorno e incontrare gli altri. Quando suona nelle hall degli alberghi, ad esempio, e conosce altre persone».

Matteo Bianchi

 

 

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