«Dopo il terremoto qualcosa è cambiato Ho salvato i ricordi»
Donatella Bignardi presenta “Buonasera Signora Luna” L’autrice: il libro affonda le sue radici nella mia infanzia
La letteratura di fine secolo aveva abbandonato le cronache familiari, lo specchio custodito dalle famiglie di un’Italia che cambiava volto. L’esordio di Donatella Bignardi, Buonasera Signora Luna (ed. Historica), restituisce sessant’anni di mondo varcando un ingresso amato, attraverso alcune finestre su un cortile, oggetti, consuetudini, tragitti e l’eco delle voci a lei più care. L’autrice presenterà il romanzo da Ibs+Libraccio a Ferrara mercoledì 20 giugno, alle 18, insieme a Mara Guerra. Il moto con cui si perpetuano gli affetti nel tempo è il movente della sua penna. Se la Ginzburg non risparmiava di evidenziare al lettore il risvolto superficiale, bigotto e talvolta ipocrita, che permeava i nuclei familiari del boom economico sfavorendo il futuro dei singoli, la Bignardi ne racconta spontaneamente il superamento. Nessuna morale da aggiustare: la famiglia è il principio di ognuno, il punto di avvio, ed è una soltanto.
Non ha mai temuto di perdere la capacità di stupirsi per le piccole cose?
«No, perché sono stata curiosa sin da bambina. La considero una dote: mi incanto di fronte a certe manifestazioni della realtà, come la sophora che si staglia davanti a casa. Sebbene sia soltanto un albero, la sua vista mi riempie di energia positiva. Mi emozionano i particolari, specialmente i dettagli degli incontri con gli altri».
“Buonasera Signora Luna” è un titolo tanto elegiaco.
«Nasce da una solitudine obbligata, perché fino ai miei dieci anni ho vissuto in un mondo di adulti. Mi spostavo ogni fine settimana dalla città per seguire i miei genitori a Castel San Pietro Terme. Frequentando poi le superiori mi sono radicata. Il titolo deriva da un ricordo d’infanzia, una nenia che ci cantava nonna. Della luna ne cercavo i lineamenti e mi capita tuttora».
La terra che ha tremato nel 2012 ha scosso la sua memoria. Ha voluto salvare il passato?
«Ho sempre e solo scritto per me, per necessità. Dopo il terremoto, però, mi è scaturita dentro un’urgenza mai provata prima. È stato un proposito, non avevo una trama: sapevo da dove partivo, ma non potevo immaginare dove sarei arrivata. Ho cominciato nella sala di via Cassoli, dopo il trasloco. C’era tantissima nebbia quell’autunno che mi impediva la visuale e ne sono usciti i miei personaggi».
A volte si sottovalutano le mansioni pratiche e le esperienze che trattengono.
«Succede spesso. Spostandomi da una casa all’altra per una questione di pericolo, ho portato con me gli oggetti più preziosi. Ho riempito gli scatoloni di fotografie, dispense e libri; in sostanza i primi 35 anni della mia vita. Li ho introiettati una seconda volta e il romanzo si è quasi scritto da sé».
Volgendosi a sua madre, ha rivelato una persona diversa rispetto a sua sorella nel romanzo “Non vi lascerò orfani”.
«Mia mamma era una donna vivace, spensierata e molto attraente. Si circondava di amiche. Quando è nata Daria, anche se non subito, si è fatta più cupa. Forse abbiamo conosciuto due donne diverse, ma entrambe abbiamo vissuto la patologia di ansia e malumore che la mamma maturò».
Deve a qualcuno le canzoni che ha disseminato nel libro?
«A mio padre. Sin da piccola mi regalava i 45 giri degli artisti che stavano cambiando le prospettive musicali, come Paul Anka o i Beach Boys. Poi sono arrivati i Beatles e i Rolling Stones. Ho voluto concludere il libro con una colonna sonora di 32 brani che hanno segnato i miei momenti».
Com’è cambiata Ferrara in oltre mezzo secolo?
«Mi manca l’atmosfera, la partecipazione che si respirava in locali come Boni. Essendo bolognese mia mamma andò alla scoperta della città; la entusiasmavano le dame Estensi e i lasciti della corte. Mi portava dentro il Corpus Domini, a Palazzo Schifanoia, nel cuore antico di Ferrara. Mi ha insegnato a cercare le tracce di un altro tempo».
Il campanile di San Benedetto è sempre stato un punto di riferimento.
«L’ho visto da ogni mia abitazione e mi rassicura tenerlo d’occhio. Durante un Natale l’intraprendenza di mio papà lo spinse ad aprire una vendita di abeti nel triangolo verde tra l’abside e il campanile. Ne rimase uno, invenduto, che lui decise di piantare nel cortile di via Soncina e che vedo ancora, rincuorante».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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