La Nuova Ferrara

La casa inghiottita dal Gurgon

Davide Bertasi
La casa inghiottita dal Gurgon

Il territorio di Codigoro è disseminato di leggende nere e fatti che restano inspiegati Enigmi, omicidi, inchieste riaperte. Sotto il segno di un gigantesco cobra sospeso tra acqua e nebbia

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Pupi Avati, in un’intervista di alcuni anni fa, spiegò le ragioni della sua particolare inclinazione verso certi paesaggi padani, che scelse come sfondo per alcune sue opere cinematografiche di carattere “noir”. Ed affermò, senza particolari remore, che nessun luogo come il basso ferrarese, l’area deltizia e quella attorno a Comacchio, presentavano le caratteristiche perfette per certe ambientazioni, dal sapore “horror”.

un territorio misterioso

Senza scomodare, pertanto, quella meravigliosa pellicola, molto “lagunare”, datata 1976, che risponde al titolo de La casa dalle finestre che ridono, alla quale verrà dedicato un apposito racconto, quell’alone di mistero, quelle caratteristiche ambientali e paesaggistiche, congeniali ad una determinata tipologia di storie, di cui ci parla il regista bolognese, sono senza dubbio connaturate a tutta l’area sopra menzionata.

Un primato, in tal senso, lo può certamente vantare il territorio di Codigoro, soprattutto nella zona verso il litorale.

Sono molte le storie, le leggende, ed anche le cronache, che vengono narrate a proposito di alcuni luoghi, piuttosto sinistri, posti negli immediati dintorni della cittadina fluviale.

il mistero di caprile

Vicino a Caprile, ad esempio, una frazione di qualche centinaio di anime, vi è un piccolo bacino acqueo, uno stagno, o lago, che dir si voglia, largo non più di 30 metri di diametro, della cui formazione si ignorano le cause.

Viene volgarmente denominato, dagli abitanti della zona, “Gurgon”, e da più parti si sostiene che, prima che avesse vita, proprio lì sorgesse una casa, poi inghiottita dalle acque, che si sarebbero accumulate, dopo la formazione improvvisa di una voragine nel terreno. La maledizione del luogo pare confermata da una terribile disgrazia, verificatasi alla metà degli anni Cinquanta. Era quello il periodo in cui, i primissimi turisti, veri e propri antesignani dei soggiorni balneari, iniziavano a frequentare le spiagge del litorale, comprese quelle posizionate intorno alla Sacca.

le tre vecchie

Poco distante da Codigoro, in quello che oggi è il Lido di Volano, ad esempio, tutte le domeniche estive, tre signore, non più giovanissime, che arrivavano in barca da Goro, in un capanno allestito in maniera artigianale, si prodigavano nel cucinare il pescato del giorno, proprio per i primi frequentatori della costa.

E lì, tra la pineta e la Valle Bertuzzi, sorse, insieme ai primi complessi di case, nel decennio successivo, l’Hotel Tre Vecchie, il cui nome derivò proprio dalle tre cuoche goresi.

La struttura, che versa ormai da molti anni in totale abbandono, è diventata ristoro di sbandati, ed avventurarsi al suo interno può rivelarsi molto pericoloso.

Non erano tanti, però, gli abitanti della zona che si recavano al mare per prendere i bagni e per l’elioterapia.

Per tutto il primo decennio di pace, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era ancora il bagno nei fiumi, o negli stagni, il più comune tra i giovani del tempo: e proprio nel “Gurgon”, due di loro persero la vita, nel 1956, dopo essersi tuffati con un gruppetto di amici. Per cercare di evitare altre disgrazie, negli anni successivi, si cercò di ricoprire quello spazio acqueo, ma invano: il bacino sembrava, infatti, non avere un fondo.

Furono utilizzate anche delle pompe idrovore, ma fu del tutto inutile: dopo poche ore dal parziale svuotamento, il laghetto risultava di nuovo colmo.

la casa del cobra

Nel luglio del 2016, nel Gurgon, qualcuno segnalò addirittura la presenza di un alligatore, poi cercato a lungo, senza successo, dai Vigili del Fuoco. Quella del Gurgon, non è, però, la sola vicenda inquietante del territorio codigorese.

A poca distanza da lì, in prossimità dell’incrocio tra la via del Diavolo, la statale Romea e la strada che conduce a Canneviè, all’oasi di Porticino ed a Volano, sorge, alquanto isolata in mezzo alle campagne, una casupola abbandonata ormai da decenni. Sulla parete esterna, rivolta verso la strada, è disegnato un gigantesco cobra, che svetta sui terreni limitrofi.

La vegetazione ha quasi coperto l’immagine, ma avvicinandosi, la si può scorgere ancora. Alcuni anziani raccontano che, al tempo in cui la casa era ancora abitata dagli ultimi proprietari, in occasione di uno spaventoso incendio, due di loro persero la vita, e pare che qualcuno, entratovi anni dopo, abbia potuto vedere le loro ombre ancora impresse sulle pareti della stanza in cui morirono tragicamente.

E sono in molti, ancora oggi, a raccontare, di strane luci, grida e sinistri rumori, viste ed uditi provenire da quello che resta della misteriosa casa del cobra.

il cadavere

Ma questo territorio cela anche altre drammatiche storie, assurte recentemente agli onori delle cronache nere. In anni più vicini a noi, infatti, e precisamente il 1 maggio del 1987, legato ad una grata, che affiorava dalle acque del Po di Volano, venne rinvenuto, a pochi chilometri da Codigoro, il corpo di un ventunenne di Alfonsine, Pier Paolo Minguzzi, studente e carabiniere di leva, presso la vicina stazione di Mesola.

Il giovane militare era sparito dieci giorni prima, rapito attorno all’una di notte del 21 aprile, mentre rincasava, nell’abitazione di famiglia, nel comune di origine, nel ravennate.

Per ben 31 anni, sulla vicenda, ha regnato un fitto mistero ma qualcosa potrebbe cambiare.

Recentemente, però, la Procura della Repubblica della città romagnola ha riaperto il caso, e per il sequestro e l’uccisione del ventunenne Minguzzi, sono attualmente indagate tre persone, fra le quali un suo ex collega carabiniere.

Nei prossimi mesi, sapremo se gli autori di tale tremendo crimine verranno finalmente chiamati a rispondere delle proprie malefatte. Quello che, ancor oggi, pare indubbio è che, tra case diroccate, frequenti veli di nebbia, anche estivi, stagni, lontani filari di pioppi, lagune e pini, l’intuizione avatiana sul carattere misterioso, e sinistro, di certi luoghi, non la si possa certo considerare infondata. —

Davide Bertasi

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