Volti e voci delle Mura
In Giovecca i fantasmi di Marfisa d’Este e dei suoi amanti uccisi e gettati nel pozzo Dove cantavano Alice e Battiato la morte si è fermata troppo spesso
Lunghe attualmente nove chilometri, le Mura di Ferrara abbracciano, ancora oggi, praticamente l’intero centro storico. Possono essere percorse a piedi o in bicicletta, sul terrapieno, oppure nel vallo, in basso. Baluardi, torrioni, cannoniere, porte e passaggi si succedono a testimonianza delle diverse tecniche difensive, affinate nel corso dei secoli.
Nate per finalità di difesa, ma mai assediate, subirono nel corso dei secoli, ampliamenti, modifiche, e trasformazioni, venendo completate tra Quattro e Cinquecento, al termine di un profondo progetto di rinnovamento cittadino, quell’“addizione erculea” che fece considerare Ferrara la prima città moderna d’Europa.
Un progetto architettonico, viario, urbanistico, in cui anche altre componenti, oltre a quella prettamente abitativa, di corte ed artistica, ebbero un ruolo importante: alchimia, astrologia, esoterismo, simbologia influenzarono in modo determinante il rinnovamento del tessuto urbano cittadino, sia relativamente ad alcune costruzioni ed al loro posizionamento, sia per ciò che concerne proprio la forma della città, e della cinta che la racchiudeva, e cinge tutt’ora.
“Lontan si vede una muraglia tonda, che tutt’intorno gran paese serra”: viene da chiedersi quante possano essere le storie, le leggende, i miti, legati a questa imponente fortificazione, che ancora oggi incide sul carattere degli abitanti, ed in parte ne condiziona, seppur sempre meno marcatamente, l’estrazione sociale, e la possibilità di fare parte di determinati circoli.
il fantasma di marfisa la mantide
Una delle più inquietanti è quella legata al presunto fantasma di Marfisa d’Este, figlia di Francesco, nipote di Lucrezia Borgia ed amica intima del Tasso, una delle dame più affascinanti della dinastia estense: donna di cultura, bellezza e passione.
A poche centinaia di metri dalle Mura, infatti, sorge la residenza, che ospitò la principessa fino alla morte: la sua figura ha goduto nell’immaginario popolare di una fama di donna fatale, al punto da scatenare fantasiosi racconti sulle sue arti amatorie, a detta di alcuni, financo assassine.
La nomea di mantide, addirittura letale, è dovuta ad una singolare, quanto macabra leggenda: per alleviare, infatti, i patimenti della solitudine, si tramanda che la nobile dama fosse usa intrattenersi con numerosi amanti, che poi uccideva, facendoli gettare nel pozzo, ancora oggi presente nel giardino, in fondo al quale erano collocate delle terribili lame. Altri, invece, parlano certamente di una donna di indubbia bellezza, ma in realtà più moglie fedele e con molti figli, che spregiudicata concubina.
Ma leggenda vuole che al calar delle tenebre, lungo il Corso della Giovecca, verso le Mura, in certe sere deserte d’inverno, si possano udire, ancora oggi, rumore di zoccoli e di scalpitanti cavalli: è la lugubre carrozza, guidata dal fantasma di Marfisa, vestita di rosso, che trascina in un macabro vorticare, fino al terrapieno delle Mura, gli scheletri danzanti dei numerosi amanti uccisi, per poi finire inghiottita nel buio del sottomura.
pasqua di sangue
Quelle stesse fortificazioni, che tra gli anni sessanta, settanta, ed in parte ottanta, udirono levarsi le voci di Rita Pavone, Beppe Grillo, Franco Battiato, Carla Bissi da Forlì, in arte Alice, Mario Castelnuovo, durante tante Feste dell’Unità, che videro improvvisati sciatori zigzagare giù dai pendii del Montagnone, nel gelido ed oltremodo nevoso gennaio del 1985, che furono usate come rifugi anti-bombe, durante la guerra, quei baluardi che hanno visto nascere numerosi amori, anche di una sola sera, che hanno ospitato luna park, e musicisti di strada, furono negli anni cinquanta del dopoguerra, e poi anche più di recente, teatro di due orrendi crimini.
La mattina di Pasquetta del 1952, infatti, il corpo di un adolescente ferrarese, il giovane Franco Nagliati, venne ritrovato, privo di vita, vicino alle Mura di San Giorgio, in prossimità della Via San Maurelio, dove è, fra l’altro, posizionata una famosa torretta. L’autopsia rivelò che il ragazzo era morto per strangolamento, probabilmente durante un rapporto sessuale impostogli dall’aggressore. Lo stesso infierì successivamente sul collo, sgozzandolo ed arrivando financo a succhiargli il sangue.
Fu una vicenda che sconvolse la città, e fece balzare Ferrara alle cronache dei più importanti quotidiani italiani del tempo, dal Corriere, all’Unità, alla Stampa, all’Avanti.
Le indagini si concentrarono da subito sulla malavita ferrarese e sull’ambiente omosessuale, relegato in quegli anni ad una sorta di clandestinità pressoché totale.
Nella non lontana Via Quartiere, che collega Porta San Pietro alle Mura di Via dei Baluardi, in quello stesso giorno, davanti al civico trenta, venne rinvenuta su alcuni ciotoli e sul terreno circostante una grossa macchia di sangue.
Gli amici della vittima, coi quali si era recato alle giostre della Fiera di San Giorgio, in corso sulle Mura in quei giorni, sostennero di averla visto intrattenersi con una persona adulta, che aveva una grossa cicatrice sul volto.
Tra i fermati di quei mesi di indagini serrate, vi furono, fra gli altri, un ex calciatore ferrarese, della nazionale italiana di calcio, poco più che cinquantenne, che aveva un grosso segno cicatriziale su una guancia, ed un medico cittadino che aveva ambulatorio nella zona di via Montebello.
Entrambi risultarono totalmente estranei ai fatti, ma il disdoro cagionato da tali vicende, e dai sospetti nutriti nei loro confronti, se lo trascinarono dietro a lungo.
Il tatto dei questurini, nei confronti di chi praticava l’ “amore che non ha nome”, non fu particolarmente apprezzabile. Diverse famiglie subirono l’onta di un componente interrogato in relazione a quell’orrendo crimine, alla quale si aggiungeva il sospetto di essere omosessuali.
Il dolore per quell’indagine, nel medico succitato, non si spense mai: e ciò nonostante la presenza, cosa piuttosto insolita per una città di provincia negli anni Cinquanta, di un compagno, che le voci descrivono bellissimo, che gli stette a lungo vicino, e che lo amò profondamente.
Il dottore, che faceva ambulatorio in una traversa di Via Montebello, si ammalò di tumore e morì nel corso degli anni sessanta, lasciando solo quello che era diventato il suo compagno di una vita.
Le cronache nere riporteranno, qualche anno dopo, il suicidio del sopravvissuto, gettatosi nel vuoto, dalla parte alta dello scalone del Palazzo Municipale.
Nel frattempo, dopo complesse indagini, e tanto dolore, sia nella famiglia della vittima, che in quelle delle persone ingiustamente indagate, per l’omicidio del povero Franco, del delitto si accusò un suo quasi coetaneo, con problemi caratteriali e mentali, e col quale lo stesso aveva un rapporto morboso da un po’ di tempo.
Condannato dal Tribunale dei Minori di Bologna, ha scontato la pena in un istituto psichiatrico giudiziario.
ucciso a bastonate
In anni più recenti, le Mura, questa volta nel tratto di Viale 4 Novembre, furono teatro di un’altra orribile tragedia: l’uccisione di un pensionato, il sessantasettenne di Fondo Reno, Alfonso Berto. Era una sera di settembre, del 1997, quando lo stesso, una vita di agricoltore alle spalle, probabilmente in cerca di un fugace incontro, si era recato a passeggiare sul terrapieno, dietro la gelateria Cadorina.
Ed in quei luoghi, nel buio della notte, spuntarono fuori i bastoni, di due pregiudicati ferraresi, meno che trentenni, già noti alle cronache.
Uno dei due, morto per overdose, due settimane dopo il crimine, non fece nemmeno in tempo ad essere processato.
L’altro venne condannato in primo grado, dalla Corte d’Assise di Ferrara, che accolse l’impianto accusatorio del Pubblico Ministero, Dott. Proto, a 30 anni di carcere, poi ridotti a 14 dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna, in quanto gli venne riconosciuto il semplice concorso morale nel delitto di omicidio volontario.
Ad uccidere materialmente il povero Berto era stato l’amico, poi defunto. Erano frustrati dalla vita, volevano vendicarsi per tutte le difficoltà avute, nell’ambiente lavorativo ed in altri ambiti, e fare del male, e quando incontravano omosessuali diventavano particolarmente violenti: queste alcune delle loro allucinanti dichiarazioni agli inquirenti, nel corso delle indagini.
Sicuramente, per la sventurata vittima di quella buia notte di settembre, nel caso in esame, ha fatto di più la giustizia divina di quella terrena, portandosi via in fretta il principale responsabile di quell’orrendo crimine gratuito, degno di un’Arancia Meccanica o di un Funny Games, in salsa fraresa, in sla mura. —
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