Mio padre Sgarbi, poeta che commuove
Dovevo arrivare al 2014 per avere tra le mani un libro di mio padre. Era “Lungo l’argine del tempo”, bellissimo titolo e bellissima copertina. Comincio a leggerlo, lo finisco in una notte, e mi dico:...
Dovevo arrivare al 2014 per avere tra le mani un libro di mio padre. Era “Lungo l’argine del tempo”, bellissimo titolo e bellissima copertina. Comincio a leggerlo, lo finisco in una notte, e mi dico: mio padre è un poeta, e è tra i pochi scrittori che hanno un tale potere emotivo da sollevare quello che in noi è più nascosto e riposto: le lacrime.
Mio padre fa piangere.
Io, quando leggo mio padre, mi commuovo di non so che, di una semplicità di vita che è perduta e che in lui diventa poesia. E mentre mi commuovo, e mi pento di commuovermi, leggo un libro di cui sono costretto a fare una postfazione in cui dico: io ho conosciuto mio padre solo quando ha compiuto novantatré anni. Prima, per me, era un altro: era un uomo di un ordine perduto, era San Giuseppe, era il padre, era la famiglia. Tutte quelle cose che io ho combattuto.
Io prima del Sessantotto amavo Cesare Pavese, e lo amo ancora. Ero in collegio, negli anni tra il ’65 e il ’68. Dal Sessantotto in avanti il mio scrittore è diventato Antonio Delfini, uno scrittore modenese molto poco regolare, con delle vicende singolari di amori difficili, da cui trae “Poesie della fine del mondo”, un libro contro una donna.
Lei lo tratta male, perché lui è di Modena e lei di Parma, lei è la malvasia bianca e lui è il lambrusco, lui è rustico e lei è bella. A un certo punto, dopo tre mesi, lei lo lascia, e lui scrive delle lettere struggenti e terribili, poi edite da Guanda; e poi lui, Delfini, le dedica “Poesie della fine del mondo”, versi che vanno oltre Montale, violentissimi contro questa donna, poesie d’amore folgorante: “Mi hai tolto terra famiglia e amore / ma la vita mi è rimasta, stronza nefasta”. Quella prima “stronza” che dissi in televisione al Maurizio Costanzo Show, contro una professoressa poeta, da lì deriva: era un’eco letteraria.
Lettere d’amore e Poesie della fine del mondo sono dei testi di una letteratura estranea alla letteratura, un po’ come la Ginzburg di Lessico famigliare, il cui titolo già indica una letteratura oltre la letteratura. Quello che in qualche modo Pasolini non è riuscito a essere perché lui era iperletterario, mentre loro erano ipoletterari. Ecco, mio padre, con maggiore eleganza, con maggiore distacco, con una sofisticata cultura, appartiene al genere di letteratura che è appunto quella di Delfini, diversa da quella di Bassani, che pure era un grande scrittore ma è più atteggiato. Non c’è atteggiamento, in loro. C’è una semplicità impressionante che rende questi libri sommamente memorabili e tali da commuoverci.
Quando mio padre dimostra un amore per mia madre così assoluto, tutto sembra sublimato in una meravigliosa tenerezza montaliana, ma del Montale di Xenia e di Satura, del Montale de-letterario, del Montale senza atteggiamento, non quello di Ossi di seppia. Ecco, quella sigla poetica è quella dei libri di mio padre.
Quello che mi manca è risentire mio padre che mostra, nonostante tutto, l’orgoglio di aver generato due figli come noi due. Lui piangeva, oltre a fare piangere. Come quando, guardandomi in televisione, o leggendomi, mi telefonava commosso e fiero di me. —
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