La Nuova Ferrara

Ferraresi di Sardegna Coloni, oppositori, diseredati per costruire la città nuova

Ferraresi di Sardegna Coloni, oppositori, diseredati per costruire la città nuova

L’arrivo in una terra sconosciuta e remota, il lavoro massacrante, le radici lontane e la nostalgia di casa Storia di Bianca e delle famiglie che lasciarono il Po per bonificare le terre al di là del mare

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Quando Bianca B. è arrivata a Fertilia, nel nord-ovest della Sardegna, vicino alla catalana Alghero, non c’era niente e Fertilia non esisteva ancora. La Nurra era una landa deserta, acquitrinosa, spopolata e spazzata dal vento millenario che modula i volti e la terra di questa regione misteriosa. I carretti carichi di foglie di palma nana, nella buona stagione, attraversavano la lunga strada polverosa che costeggiava lo stagno di Calich sino alla baia di Porto Conte. Una zona umida, salmastra e piena di zanzare.

Di fianco c’era la colonia penale di Cuguttu coi suoi detenuti-lavoratori, qualche deposito di attrezzi, una bonifica iniziata da decenni che proseguiva al rallentatore e pochi pastori isolati. Poi nient’altro. Un paesaggio primitivo immerso nel silenzio ancestrale. Nel 1935, da Bondeno, con i genitori, i cinque fratelli, i nonni, i cugini e i gli zii, Bianca lasciò la pianura sconfinata del grande fiume Po. Partirono come cercatori d’oro verso l’ignoto, in treno, con la speranza di trovare terra da coltivare, magari una casa nuova e il bestiame da allevare. Questo era ciò che avevano promesso loro due della milizia, entrati in casa di soppiatto per parlare col padre famiglia, una sera piovosa di primavera.

una tribù in cammino

Alla partenza erano ventiquattro in tutto, ognuno con le proprie ansie, con gli scheletri nell’armadio che scuotevano le coscienze e i tanti timori che, in realtà, accomunavano tutti i membri della casa. C’era, poi, chi partiva perché sentiva una sorta di obbligo morale nei confronti della moglie rimasta da poco incinta o verso i figli piccoli con un destino già segnato. Tutto il paese si ricorda la dipartita di questa tribù: si pregava per loro come per le centinaia di persone che in quegli anni avevano già raggiunto il Brasile, l’Argentina, la Francia con la speranza che in quell’altrove remoto le cose potessero andare meglio.

La Sardegna era un angolo di mondo lontanissimo nell’immaginario collettivo dei ferraresi, arcaico, impenetrabile. Il viaggio fino a Civitavecchia su vagoni abbastanza affollati durò diversi giorni. Gente che veniva dal Veneto, dal Friuli, dalla Toscana, dalla Romagna: una babele di lingue e dialetti che si mescolavano tra loro e si confondevano tra gli odori della paglia, degli animali e di varia umanità consunta. Il mobilio non si potette caricare sul treno, tantomeno i materassi, così si portarono appresso le biciclette, le valigie e qualche gallina. Là ad aspettarli, in Sardegna, c’erano già sei famiglie di ferraresi, le prime, partite appena un anno prima.

Alla famiglia di Bianca si unirono i Novelli, gli Scardovelli, i Busi, i Baricordi, i Gavioli, gli Gnani, i Pozzati, i Govoni; tutte famiglie che da Portomaggiore, Ostellato, Codigoro, Copparo e dal ferrarese intero decisero di tentare l’avventura per costruirsi una nuova vita, lontano dalla miseria che attanagliava il territorio estense. Era partita anche la famiglia di Marta P., nata casualmente a San Martino, nel 1933, durante il San Michele, quando la campagna si riempiva di carretti colmi di masserizie e di contadini in cerca di lavoro perché il padrone non aveva rinnovato il contratto per l’anno venturo. I genitori erano ritornati dal Brasile dopo un’esperienza negativa e con quattro figli sulle spalle; si muovevano continuamente tra il Polesine e il Basso ferrarese alla ricerca di una capanna di mattoni e fango in cui vivere e un lavoretto che potesse sfamare giovani bocche.

Marta P. da S. Martino e Bianca B. da Bondeno si conobbero a Fertilia, qualche anno dopo, a scuola. Erano nella stessa classe insieme a tutti i ferraresi figli di ferraresi. Molte volte non riuscivano a capire la maestra nel suo italiano stentato tendente al sardo. Nascevano, così, motivi di incomprensione, punizioni immotivate e capitò che alcuni genitori andassero più volte a protestare dalla Preside, senza ricevere mai risposte attinenti. Marta P. arrivò nel 1937, ma c’era chi era arrivato a più riprese nel ’35, nel ’36, nel ’38 sino al ’39.

La piccola Bianca B. durante il viaggio era confusa e spaventata: da Civitavecchia molti vennero spediti a Littoria, la nuova città inaugurata da Benito Mussolini il 18 dicembre 1932, altri a Sabaudia e nell’Agro Pontino, poi c’erano quelli che si imbarcavano per la Sardegna in direzione di Mussolinia, oggi Arborea, e Carbonia ed infine per Fertilia. Sulla nave salpata per Olbia, Bianca voleva sempre sporgersi per osservare il mare, era la prima volta che lo vedeva e diceva che assomigliava ad una enorme risaia. E così facevano tutti i suoi fratelli e le donne che si trovavano dinanzi ad uno spettacolo inedito. Da Olbia vennero trasferiti ad Alghero e poi al podere che spettava loro a Maria Pia, lungo le strade interpoderali. Qualche anno prima, nel 1928, Mussolini aveva dato avvio alla bonifica integrale, un piano di metamorfosi del paesaggio senza precedenti che prevedeva la colonizzazione e il risanamento di alcune zone paludose del Paese.

in bicicletta da mussolini

La famiglia di Marta si trovava ancora in Brasile quando numerose banche e casse rurali del ferrarese fallirono, anche il Piccolo credito di Giovanni Grosoli, la principale banca cattolica della provincia, nonché la Società Bonifiche Terreni Ferraresi, protagonista delle grandi opere di prosciugamento di fine ’800. Questo Bianca non lo sapeva, così come non era a conoscenza che alcune persone che l’avevano accompagnata durante il viaggio erano socialiste e disoccupate; alcune, a dire il vero, si erano macchiate di episodi di protesta di una certa rilevanza e potevano quindi dare noie al regime ed era meglio per tutti se si trovarono isolate in luoghi dimenticati da Dio.

colonizzare la terra

Il 7 ottobre 1933 venne istituito l’Ente Ferrarese di Colonizzazione, con il compito di «fissare il maggior numero possibile di famiglie tratte dalla provincia di Ferrara in Sardegna e in altre zone a scarso indice demografico, al fine di costituire la piccola proprietà coltivatrice» aveva sentenziato il fascismo! Quando le famiglie ferraresi arrivarono, molte cascine non erano pronte, non c’era posto per tutti. I Mingozzi furono mandati nella piana di Santa Lucia di Bonorva e raggiunsero gli altri dopo più di un anno; i Busi e altre famiglie, invece, stettero alloggiate in un casermone di fortuna ad Alghero per diversi mesi. I lavori iniziarono nell’ottobre del ’34 sotto la supervisione del Sottosegretario alla bonifica integrale, dopo sei mesi venne inaugurata l’azienda Maria Pia di Savoia in cui vennero trasferiti i primi coloni.

Bianca era arrivata da poco quando Benito Mussolini arrivò nella Baia di Porto Conte per una visita fulminea ai lavori della Nurra. Molti ferraresi sfrecciando con le bici andarono a vederlo per stringergli la mano, alcuni ci riuscirono, altri colsero l’occasione per riposarsi un po’ al riparo dalla calura di inizio giugno. Dopo soli due anni erano stati risanati 6.000 ettari di terreno.

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