Sorrisi da brividi sul Delta
Le ombre e i fantasmi immaginari e cinematografici di Comacchio Ragazzi che sfidano la paura e la gioventù con incursioni al buio a villa Boccaccini
Nel mese di settembre del 2015, due turiste in vacanza ai Lidi, decisero di recarsi a visitare, una sera, il vicino centro storico di Comacchio. Attardatesi, giunsero in prossimità del parcheggio della Pescheria, vicino alla Caserma dei Carabinieri, verso le 23: e lì lasciarono l’auto. Data l’ora e la stagione, strade e ponti erano praticamente deserti: solo qualche fugace e raminga figura, intenta a rincasare, in lontananza.
Giunte alla sommità dei Trepponti, le due giovani donne notarono una figura femminile, voltata di spalle, intenta ad osservare lo spettacolo serale delle luci, delle architetture e dei canali.
La donna, non giovanissima, ma nemmeno anziana, portava lunghi capelli fino a metà dorso. Vestita in modo piuttosto anonimo, voltatasi, si avvicinò alle due ragazze, per chiedere loro indicazioni stradali. Le stesse, trovandosi a visitare Comacchio per la prima volta, non furono in grado di dare alcun riferimento utile, e la sconosciuta si allontanò, verso le torrette ed i passaggi, nella direzione da cui le due turiste provenivano.
Fu proprio in quel frangente che una delle due, girandosi istintivamente, notò che la donna non c’era più: ma era passato troppo poco tempo, perché avesse potuto già imboccare la scalinata di discesa. Allertata anche l’amica, si premurò di verificare che la stessa non fosse caduta nel canale sottostante: ma anche questo era impossibile, non essendosi udito alcun rumore di acqua.
La figura femminile, che poco prima si era rivolta a loro, era come evaporata.
L’inquietante esperienza, segnalata dalle due turiste, ha trovato riscontro nei mesi successivi in altre testimonianze simili, anche di abitanti del luogo, sia relative ai Trepponti, che all’area del Ponte degli Sbirri, ed in alcuni fotogrammi, scattati da persone diverse, sembrerebbe sia stata rilevata la presenza di strani inspiegabili aloni.
nebbie acqua e silenzio
Un territorio, cosparso di canali, lagune, canneti, pinete, dune, e vaste aree silenti, in cui le uniche presenze, sovente, sono quelle degli animali che lo abitano, non può non essere il proscenio ideale per storie di misteri, reali, immaginifiche o romanzate. Non sono molte le località in cui può capitare, durante i periodi di minore affollamento, di imbattersi in famiglie di daini, o cervi, che attraversano gli abitati del Lido delle Nazioni o di quello di Volano, appena cala la sera, o che vagano tra la strada ed i giardini dei condomini.
Non ho mai capito se fosse verità o solo fantasia, invece, quanto si raccontava attorno ad un ristorante, che ho ben vivo nei miei ricordi di bambino, chiuso ormai quasi trent’anni fa: la Greppia, al Lido di Volano. Era un locale molto bello, con uno stile che potrebbe oggi essere definito rustico-elegante, con grandi finestre, le pareti rossastre, o forse giallo scuro, in alcuni vani, le cabine dei telefoni in una stanza vicino all’ingresso, i salumi e gli attrezzi agricoli appesi a travi, soffitto e muri, ed al quale dava il nome la rastrelliera, su cui in campagna viene appoggiato il fieno, nutrimento per gli animali: la greppia, appunto.
Si diceva che, negli anni, avesse ospitato diverse troupes di attori e registi, impegnati in riprese cinematografiche nell’area del Delta, e che, in particolare, Catherine Deneuve, ospite a cena e per la notte, in cambio della gradita accoglienza, avrebbe lasciato un suo autografo sul muro. Il titolare non volle esigere il prezzo di vitto ed alloggio, dalla produzione, per cotanta bellezza, e l’attrice francese, per sdebitarsi, lo avrebbe ricompensato con una firma muraria, poi cancellata dal tempo, dall’abbandono e dalla ristrutturazione dell’immobile.
Proprio il cinema italiano del dopoguerra, quello dei grandi registi, ha prodotto nel territorio di Comacchio, forse una dei migliori pellicole dell’orrore mai girata: il grande successo di Pupi Avati La casa dalle finestre che ridono, con sceneggiatura, fra gli altri, di un ancora giovane Maurizio Costanzo.
La terrificante storia del pittore di agonie, Buono Legnani, e delle sue sorelle, la vicenda del prete donna, interpretato da quell’Eugene Walter Jr., nato e deceduto a Mobile, in Alabama, ma vissuto almeno vent’anni nel nostro Paese, che fece a lungo il traduttore di sceneggiature per Federico Fellini, il giornalista nella vita, al periodico Botteghe Oscure, e pure, per finzione, in Otto e ½: uno dei ruoli, il suo nel film, forse più inquietanti dell’intero cinema italiano, il cui gesto di scoprirsi il seno, quasi sul finire della pellicola, credo abbia fatto venire la pelle d’oca a generazioni di spettatori.
la villa dalle finestre che ridono
Gli avi della famiglia Boccaccini, casato storico di Comacchio, nel Settecento costruirono quella meravigliosa villa, tra la laguna ed il mare, nella campagna, oggi vicina alla statale Romea ed alla strada di accesso al Lido degli Scacchi, dove vennero ambientate molte scene del film, e che è attualmente ridotta ad un rudere. Nel 1976, anno delle riprese del regista bolognese, i fasti della ristrutturazione in stile liberty degli anni Venti erano già un ricordo, e la patina del tempo aveva iniziato a sedimentarsi, ma che di quella meraviglia, e di quel parco, potessero rimanere, in pochi decenni, solo dei brandelli di muro, boscaglia e sterpi impenetrabili, forse era inimmaginabile
Il declino, a partire dagli anni immediatamente successivi alle riprese, è stato davvero repentino, tra visite di curiosi, cinefili, ragazzi in cerca di cimeli o avventure suggestive, e racconti di probabili messe nere o sedute spiritiche. Si diceva anche che sul soffitto fossero rimasti posizionati, ancora per molti anni dopo la fine delle riprese, i ganci, dove le due terribili sorelle, una peraltro apparentemente paralitica, appendevano la corda, a cui legare le braccia delle loro vittime, per poi seviziarle, agonizzanti.
Intere generazioni di giovani della zona, o di turisti in vacanza sul litorale, si sono cimentate a turno, in orari rigorosamente notturni, spesso come scommessa di coraggio, o sfida di gruppo al terrore, nelle spedizioni alla villa Boccaccini, o in alternativa, in un altro percorso di paura, questa volta reale e non cinematografico, alle dune del tratto di spiaggia, tra il Bagno Le Piramidi ed il Bagno del Campeggio, in fondo a Lido di Spina. In quel luogo, si era usi cercare il cippo, piantato dagli amici della vittima, ed ora sommerso dalla vegetazione, con quella scritta che mette ancora i brividi, a distanza di quasi 40 anni dal delitto: Qui, un’assurda mano assassina ha stroncato la giovane vita di Nicola Bonetti.
Vicenda reale, non sceneggiata, quella dell’omicidio del giovane studente di medicina, originario del Villaggio Estense, la zona borghese di Ferrara, contigua alle Mura ed alla Via Pomposa. Freddato, una sera di giugno del 1980, mentre era in auto, appartato tra le dune, con la giovane fidanzatina minorenne sanremese: un mistero, ancora oggi, senza colpevoli.
Tornando al Lido degli Scacchi, la famiglia Boccaccini cedette già diversi anni or sono l’omonima villa, che non era più in grado di mantenere, ad un acquirente sul quale grava, dal tempo, fitto riserbo. Un mistero, questo del nome reale del proprietario, degno della storia recente della casa. Non manca a dire il vero, qualche voce che sostenga, come, in realtà, i terreni siano di un proprietario ben individuabile, anche con una certa celerità: l’amministrazione pubblica.
set e citazioni cinematografici
Le caratteristiche del territorio comacchiese condussero, nel 1982, Pupi Avati ed i suoi sceneggiatori, ad identificare con il Lido di Spina, invece, la colonia marina omonima ed i terreni Kappa, luoghi centrali di un altro horror padano come Zeder, meno fortunato del precedente film, ma altrettanto inquietante. In realtà, la necropoli etrusca dietro il lido, nella quale nel film vengono narrati episodi di risveglio di defunti, si trova a Marzabotto, e la Colonia Marina Spina, con le sue inquietanti ombre vaganti, dietro le finestre senza più infissi, che atterriscono lo spettatore, non si trova nel più meridionale dei sette lidi, ma alla fine di Viale II Giugno a Milano Marittima: si tratta della ex colonia della Città di Varese, da tempo in disuso.
Verrebbe proprio da dire, come più volte sottolineato anche dal regista, che non esiste territorio più confacentesi, a certi racconti e tematiche, del Basso Ferrarese: certo non la Romagna, dal momento che il regista felsineo, anche quando non “girava” nella zona del delta comacchiese, sentiva il bisogno, comunque, di ambientarvi la trama e citarlo. Forse più che un bisogno, a dire il vero, un inquietante richiamo. —
Davide Bertasi
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