Alfonso e Bianca Un amore shakespeariano nella campagna ferrarese
Il passato, anche se remoto, prima o poi torna sempre a bussare alla porta: certe cose non si dimenticano Come la storia di quei due giovani innamorati e dei loro destini spezzati fra Tamara e Copparo
Nella notte il temporale pare abbia definitivamente spezzato la schiena all’estate, qualche nuvola dal colore blu ardesia naviga all’orizzonte a minacciare altri luoghi verso il Veneto, stormi di gabbiani indifferenti seguono un trattore in un campo vicino. Ho lasciato la macchina poco più indietro, sul ciglio di un fossato, e mi avvio a piedi per uno stradello che ben conosco. Il paesaggio della bassa pianura è quello che ti aspetti, intriso, sul basso, da una specie di nebbia rossastra dove tutto pare scomparire. O sono io che scompaio? Il silenzio è totale, le uniche voci che percepisco sono quelle dentro la mia testa.
Sollevo lo sguardo per cercare sul confine fra cielo e terra l’estremità del campanile di Copparo distante circa tre chilometri. Nonostante tenti di confondersi con le file uniformi dei pioppi, è lì dove sempre è stato, a svettare verso il cielo come una boa per naviganti terrestri. La sua affilata siluette a volte ricorda una matita affilata, altre un ago sottile, tuttavia resta una linea perfetta, sospesa e impassibile al passare del tempo. Provenendo dalle sconfinate pianure da occidente, nelle giornate serene e terse, lo puoi scorgere persino dalla lontana via Pampano Brusantina.
il passato ritorna
Oggi, in cui più di altri giorni avverto il peso ottuso della vita andata, la sua vista mi suscita il fascino della nostalgia come se la distanza spaziale tra me e il campanile accorci quella temporale animando un sentimento disperato che non può essere esaudito. Dischiudo il pesante cancello che mi divide dal parco della delizia Estense di Zenzalino. Ho letto da qualche parte che il luogo prende il nome dai cinghiali che vi scorrazzavano prima della grande bonifica e che venivano chiamati “Zanzalini”. Entro nell’ampio anfiteatro naturale della tenuta dove gli alberi, perfettamente allineati, appaiono cattedrali come nel quadro di Magritte: il fantino perduto. Qui è nato Varenne il più grande trottatore di tutti i tempi, la leggenda vuole che sia padre di duemila figli senza aver mai fatto l’amore. Venivo spesso nella tenuta durante il periodo della monta che iniziava il 15 febbraio per terminare il 15 luglio. Ogni lunedì, mercoledì e venerdì, di quei mesi, dopo il jogging quotidiano gli veniva prelevato il seme.
Mi sono sempre chiesto perché non l’hanno mai fatto accoppiare, fisicamente intendo. Si sarebbe innamorato al punto di impedirgli di correre e di vincere trofei? Altro non è ipotizzabile per un cavallo dall’alchimia genetica così grondante di misteri. Una volta una madre che aveva il figlio malato chiese ai proprietari una ciocca del crine per dare più forza al figlio nella malattia. Pare che funzionò. Poco importa dei trofei vinti perché il suo sguardo aveva la capacità di farmi sentire come quando da bambino, finita la scuola, avvertivo il soffio leggero delle vacanze, l’alito buono della vita. Oggi Varenne non c’è più. Perché questo ricordo? Perché non riesco mai a guardare le cose con distacco o forse perché quella era l’emozione originaria. Mi siedo su una panchina di marmo bianco guardando le rondini disegnare strane figure nel cielo azzurro sgombro da nuvole. In un simposio di nostalgia, mi è impossibile sviare il ricordo da una vicenda appresa qualche anno fa, che riguarda due giovani i quali per unico ostacolo alle loro vite avevano il loro stesso amore.
l’incontro
Fu durante la stesura del nuovo piano regolatore del comune di Copparo, in cui giravo di frazione in frazione soffermandomi nelle case per censire l’andamento demografico. Quei sopralluoghi, oltre alle variazioni numeriche della popolazione, erano in realtà un’esplorazione nel vissuto delle persone. Mi entusiasmavo immaginandomi quel mondo così sempre eguale e diverso dal mio al contrario così mutevole. L’anziana signora, aveva passato la novantina, viveva da sola dalle parti della pieve di San Venanzio, in una piccola casa che una volta era una ex stazione su linea a un solo binario. Sceso dalla macchina un intenso profumo invadeva tutta l’aria circostante. Fiori che coltivava con estrema cura: lavanda, caprifoglio, e anche l’Agapanto un raro fiore blu che lei chiamava “l’agopunto”, perché essendo il fiore dell’amore, mi disse, poteva anche pungerti senza te ne accorgessi. Si presentò come Maria Gualtieri e mi accolse dicendomi che ero il primo essere umano a farle visita da più di tre mesi. La sua voce di autentica malinconia aveva qualcosa di eterno e riecheggia in me proprio come allora. Le comunicai che insieme avremmo dovuto riempire un questionario per conto del Comune. “Questionario? A che scopo? Io non ho niente da dire”, aveva certamente inteso le mie parole ma non il senso, e io non insistetti. “È stanco? Vuole riposare? Entri in casa la prego, si accomodi”, mi disse gentilmente. La sua faccia da donna esprimeva uno sguardo da ragazzina esaltato da grandi occhiaie scavate nel viso, naso e mento sottili mi richiamavano le donne dell’antica Grecia; alcuni capelli grigi bruciati dal tempo sbucavano ribelli dal fazzoletto che le guarniva il capo. Notai le sue mani affilate e curate, di una bellezza straordinaria.
ricordi
Mi fece accomodare nella piccola cucina tra il profumo dei fiori e l’odore stantio della tarda età. Poi fissai lo sguardo su due fotografie in bianco e nero appoggiate su una madia. La prima raffigurava un giovane uomo sorridente in sella alla sua bicicletta con due telai di possibili finestre appoggiati sulla spalla. Indossava un’elegante giacca scura e dei pantaloni a righe che terminavano su scarpe perfettamente lucide. Non era vestito bene ma, come dire, oltre all’evidente noncuranza della giovinezza, la grazia della povertà lo rendeva delicato. La seconda ritraeva lo stesso giovane, durante una fiera di paese, insieme, appena un passo avanti a lui, alla figura esile di una giovane donna dai capelli fini e chiari circondata da una nuvola di fumo prodotta dalle bancarelle gastronomiche. Pareva avesse un corpo gracile e una capigliatura bionda le guarniva il viso di madreperla. La particolare fragilità espressa nella foto faceva pensare a una ballerina di danza classica. Non sapevo bene dove indirizzare la mia curiosità, la fessura del tempo era sottile, confusa, eppure sentivo una strana armonia. Chiesi se fossero suoi parenti. Mi lanciò solo una breve occhiata poi reclinò la testa e mi sorrise amaramente. Un urlo sordo di cui sento ancora il tonfo dentro di me. Prese fiato e iniziò a raccontare.
alfonso e bianca
Quel giovane uomo si chiamava Alfonso Barioni e nel 1946 aveva poco più di vent’anni. Nonostante i lineamenti del volto regolari e i capelli folti e scuri, non si poteva dire fosse né bello, né brutto per via di una magrezza che pareva eccessiva. Era un tipo facile ad infiammarsi ma quel suo fuoco si spegneva altrettanto in sveltezza. A quei tempi, di fatto, dopo i sedici anni si era considerati già pronti da metter su famiglia. Alfonso, cresciuto con l’educazione severa del merito impartitagli dalla madre, un ex infermiera ungherese arrivata a Copparo da sfollata, non perse tempo trovando lavoro come giovane di bottega in una falegnameria del paese che produceva porte e finestre. Non aveva sorelle, né fratelli e neanche un padre certo.
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