La casa dell’orrore non ha finestre
La macabra scoperta del postino: i due fratellini si erano impiccati ad una trave per la vergogna A distanza di quasi sessanta anni c’è chi giura di sentire urla strazianti. Le mura sono state acquisite dalla Chiesa
Lungo la via del Mare, pochi chilometri prima di entrare nel centro abitato di Massa Fiscaglia, provenendo da Comacchio, è possibile scorgere, al lato della carreggiata, una strada di polvere e ghiaia, delimitata da due file di alberi, che conduce ad un’abitazione isolata, visibile già dalla strada Rossonia.
la casa senza finestre
Passata agli onori delle cronache come la casa senza finestre, nei decenni, è stata a lungo meta di curiosi, e non solo. Le finestre in realtà, ci sono: semplicemente sono state murate dai proprietari. Nell’estate del 1959, infatti, lo stesso fu teatro di una tragica vicenda, che ebbe per protagonisti due fratelli adolescenti, un maschio ed una femmina, che vi abitavano con i genitori. Secondo le cronache del tempo, e secondo le dicerie di alcuni anziani del paese, ancora in vita, un pomeriggio, i genitori, rientrati prima del solito dal lavoro nei campi, sorpresero i due ragazzi intenti a praticare sesso tra loro.
L’onta provata, e la reazione dei parenti, sarebbero state le cause scatenanti del suicidio, pare preceduto da una lite, degli stessi, avvenuto qualche giorno più tardi, e riportato, senza indicazione delle motivazioni, dai quotidiani dell’epoca: fu il postino, trovando la porta d’ingresso aperta, a vedere per primo i cadaveri.
I genitori, e le forze dell’ordine allertate, si trovarono di fronte ad una scena raccapricciante: i corpi dei due giovani erano sospesi, senza vita, impiccati alla stessa corda, legata attorno ad una trave nella sala da pranzo. Per il dolore e la vergogna, i coniugi abbandonarono per sempre la zona, vendendo, di lì a qualche anno, la casa ed i terreni.
ente ecclesiastico
Nel 1965, l’immobile fu acquistato da un ente ecclesiastico, malgrado già dai primi anni successivi alla tragedia, si tramandasse la diceria di rumori, grida, spesso strazianti, di luci ed altri strani fenomeni, piuttosto frequenti, soprattutto, in orari notturni. La casa, ad ogni modo, non fu mai più abitata, e già dalla fine degli anni settanta, e per tutti i due decenni successivi, fu meta di persone dedite all’occultismo, ed a pratiche di spiritismo: pare che vi si siano celebrati anche riti di carattere satanico. La muratura delle vedute non impedì a costoro, di farvi accesso.
magia nera
La nostra provincia risulta essere, da decenni, crocevia di soggetti dediti alla pratica dell’occultismo, della magia nera, ed altri rituali similari.
Le caratteristiche ambientali, la posizione geografica, essendo collocato, tra realtà popolose come l’area bolognese e le province venete centrali, hanno fatto del territorio provinciale un contesto particolarmente appetito per i cultori dell’occulto.
Ed in tempi recenti, analisi sociologiche ed indagini giudiziarie hanno rivelato come siano soprattutto i giovani ad essere attratti da forme alternative di religiosità, che non risultano dannose di per sé, ma lo possono diventare, laddove accompagnate dall’uso di sostanze, ed altre degenerazioni.
riti satanici
La zona rossa dei riti satanici ha, nella nostra provincia, un apice nell’area abbandonata dell’ex parco acquatico denominato Jo Lido, chiuso negli anni Novanta, a Lido degli Scacchi, e per rimanere in zona, in alcuni anfratti del Boscone della Mesola.
Lì, così come nel Bosco della Panfilia, tra Sant’Agostino e Galliera, hanno luogo soprattutto riti riconducibili ai cosiddetti “sabba”, celebrazioni dedicate a Lucifero.
Altri luoghi di aggregazione, per l’esercizio di pratiche occultistiche sono l’ex ospedale pedagogico di Aguscello e la Villa Magnoni a Quartesana. Dopo il terremoto del 2012, inoltre, l’attenzione dei circoli dell’occulto si è spostata su alcune chiese danneggiate dal sisma, e dichiarate inagibili.
Anche nella nostra provincia, le indagini degli inquirenti hanno rivelato come tali rituali siano accompagnati sovente dall’utilizzo di sostanze stupefacenti, e dal sacrificio di piccoli animali.
I terribili rituali posti in essere sulle vittime, talvolta, dai gruppi più estremi formati dai cultori di determinate fedi e pratiche, non possono non fare tornare alla mente, uno dei delitti più efferati compiuti nella nostra provincia, a pochi chilometri di distanza da Massa e dalla casa senza finestre, avvenuto proprio pochi mesi prima del suicidio dei due giovani fratelli amanti.
il delitto di tresigallo
Alle 13.45, infatti, di un freddo 11 febbraio del 1958, a Tresigallo, in quella che si chiamava, all’epoca, Strada Palazzi, un bimbo di sei anni, di nome Massimo, scoprì, dietro ad una siepe, il cadavere di una donna.
I carabinieri di Portomaggiore, allertati dai familiari del giovane, ed immediatamente intervenuti sul luogo dei fatti, notarono subito evidenti segni di violenza sul corpo della vittima: lo stesso, infatti, giaceva seminudo a terra, la biancheria intima era strappata in più punti sui genitali, i quali, oltre a presentare segni di un rapporto sessuale, poi certificati tecnicamente dall’autopsia, sembrava quasi che qualcuno li avesse voluti esporre intenzionalmente.
La povera vittima venne identificata nella ventiseienne Lilia Scalambra, madre, separata da poco, di due bambine. Per quell’orrendo crimine, fu subito interrogato, indagato e ben presto arrestato, il di lei marito, tale P.O., nato a Formignana nel 1925.
Lo stesso, ebbro di gelosia, l’aveva aspettata la notte fra il 9 ed il 10 febbraio, e dopo averla vista scendere da un’auto, l’aveva avvicinata, proprio fuori dalla casa in cui si era trasferita in seguito alla separazione.
la gelosia
La gelosia scatenò l’aggressore, unita all’incapacità di accettare quella libera scelta. La follia spinse quel padre di famiglia alla congiunzione carnale con la madre delle sue figlie, dopo averle tolto la vita, soffocandola. Poi l’aveva denudata, per esporla al pubblico ludibrio. L’omicida raccontò agli inquirenti che lei, poco prima di esalare l’ultimo respiro, si era raccomandata che si prendesse cura delle loro figlie. P. O. venne condannato, per quel crimine, a 19 anni di reclusione dalla Corte d’assise di Ferrara, presieduta dai giudici Anastasi e Zappareddu: pena poi ridotta, a 18 anni, dalla Corte d’Appello di Bologna.
Entrambe le sentenze riconobbero lo stato di semi-infermità mentale dell’autore, che tornò in libertà l’11 gennaio del 1975, diciassette anni esatti dopo il ritrovamento del cadavere della povera Lilia. Un altro orrendo rituale si era consumato in quelle campagne: quella volta, però, non per evocare inquietanti spiriti demoniaci, ma per via di un terribile demone, ben insito nell’animo umano. —
Davide Bertasi
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