La Nuova Ferrara

La musica ovunque, un baccano per impedirci di pensare

Fra le tante aberrazioni dell’estate italiana ce n’è una che forse riassume al meglio lo spirito della nuova società esplosa, fatta di gente anonima che si scontra sui social senza incontrarsi: l’uso...

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Fra le tante aberrazioni dell’estate italiana ce n’è una che forse riassume al meglio lo spirito della nuova società esplosa, fatta di gente anonima che si scontra sui social senza incontrarsi: l’uso della musica come arma impropria per zittire, assordare, stordire.

Dai centri commerciali ora dilaga in bar, ristoranti, spiagge, perfino per strada la musica a tutto volume, invadente, assordante e soprattutto brutta. Musica che non è neanche musica, che nessuno ascolta perché non è ascoltabile, ma nel la quale tutti si nascondono perché non sia mai che emerga qualche secondo di silenzio a costringerci a pensare. Un rumore che serve a far tacere l’altro, ogni altro che pretenda di alzare gli occhi dallo smartphone e parlarci.

Non sia mai che ci tocchi di tenere una conversazione: roba antiquata e faticosa, che esige congiuntivi e aride astrazioni. Nel fragore del techno, alla commessa del negozio bisogna urlare cosa si vuole e lei risponderà con una smorfia: non ha capito, non vuole capire, e la nostra insistenza a parlare la irrita. Non è lì per ascoltare ma per vendere e noi col nostro accanimento a parlare la distogliamo dal lavoro.

La più mostruosa aberrazione la trovo in una famosa libreria all’aeroporto di Olbia, dove picchia un ritmo che impedisce perfino di leggere i quarti di copertina. Il chiasso in libreria, trovata di marketing o suicidio commerciale? Forse un’originale forma di introduzione all’audiolibro?

Ma è in spiaggia che la musica raggiunge l’apice dell’abuso. Ci era arrivata con l’aquagym, in punta di piedi, un’oretta verso sera, per poi dilagare nell’happy hour e ora fa tutt’uno con la discoteca notturna. Un battito senza interruzione da mattina a sera, che ha preso il posto del grido dei gabbiani, della risacca del mare e insidia ormai anche il richiamo del Coccobello, costretto al clacson per farsi sentire.

Perfino nei parcheggi assolati delle aree di servizio, appena si apre la portiera si viene assaliti dal battito di un altoparlante solitario, piazzato lì in mezzo all’asfalto a diffondere il chiasso di una radio.

Una volta c’era la musica di sottofondo, che serviva ad un approccio, un incontro e con note insinuanti lo facilitava. Oggi ovunque imperversa la musica da autoscontro che ha lo scopo di allontanare, separare, scoraggiare ogni scambio o meglio, attizzare un litigio, assecondare l’urlo che ormai è l’unica forma di parlare comunemente accettata.

Non ha neppure bisogno di musicisti la nuova musica sfollagente, si suona da sé a ciclo continuo, come il sottoprodotto di un’intelligenza artificiale inventata per caso e di cui non riusciamo più a sbarazzarci. Un fastidio, un parassita per cui non c’è antidoto che moltiplica indisturbata il proprio baccano e non esiste disc jockey che possa governarla.

Sarà lei la colonna sonora delle nostre vite mute e virtuali dove gli unici che parlano lo fanno per smentire quel che hanno detto.

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