Una rapina finita nel sangue
Cento e le sue campagne crocevia dell’Emilia. Tra fatti reali, leggende e set cinematografici Per la morte di Viviana Manservisi non vi furono indagati e su tutto grava ancora un fitto mistero
È da Cento che si entra nell’Emilia profonda, vera, sanguigna: quella delle rotoballe di paglia, sempre raminghe, ma in un certo qual modo più urbanizzate delle loro gemelle silenti, che giacciono in altre campagne, sotto gli argini ferraresi del Po, ad esempio. L’Emilia del giallo intenso dei campi estivi, inframezzato dai filari di pioppi, da qualche frutteto, quella delle chiese e dei campanili rossi, intonacati, che si vedono in lontananza, e delle tagliatelle porose inondate di ragù, con l’appennino bolognese e modenese sullo sfondo.
al centro dell’emilia
Cento è il crocevia fra tre province, simili e diverse al tempo stesso. Quando prendi la via di Decima o quella di Pieve, senti già l’odore della due “metropoli” emiliane, Bologna e Modena, ma non le vedi: capisci, però, che ci sono. Ma non sei né a Bologna, né a Modena, e nemmeno a Ferrara. Sei in un luogo che racchiude caratteristiche di tutte e tre queste realtà, fondendole, anche se in dosi differenti. Man mano che ci si avvicina, percorrendo la strada che da Ferrara conduce a Nonantola e poi a Modena, la campagna, rispetto al capoluogo, cambia.
E cambiano anche le case, soprattutto quelle vecchie ville padronali, di cui il contado della città del Guercino è pieno: in rapporto alle tante dimore signorili sparse nelle campagne attorno a Ferrara, infatti, muta sia lo stile architettonico, che il colore dell’intonaco, che si fa più vivo, intenso, come quell’Emilia, appunto, che ti si apre da lì in poi, qualsiasi direzione tu prenda.
Terra verace, mai banale, colorata e colorita, non a caso scelta dal grande Pupi Avati, per quello che, da molti critici, è considerato il film della sua svolta professionale, verso il successo e la consacrazione davanti al grande pubblico: “La Mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”.
realtà e finzione
Nessun titolo avrebbe potuto rivelarsi più adatto al contesto, in cui la pellicola venne girata, anche se l’ambientazione, nella finzione narrativa dell’opera, è a Bagnacavallo di Ravenna (dove, in realtà, non venne girata alcuna scena). Le riprese, compiute nel corso dell’anno 1974, in larga parte nella città del Guercino e nei suoi immediati dintorni, salvo quelle della stazione ferroviaria, effettuate a Bondeno, e poche altre tra Roma e provincia, rivelano un microcosmo umano di indubbio fascino: il film è un affresco sui costumi (e malcostumi) della provincia, una sequela di trovate geniali, che ben si addicono a quest’angolo di Emilia: perfetta e calzante individuazione del c. d. genius loci, si potrebbe dire.
La favolosa Lucienne Camille, attrice inglese di una prorompenza impressionante, purtroppo presto dimenticata (e deceduta in seguito ad una dolorosa malattia, a Londra, nel 2006) ed un’eterea e sinuosa Delia Boccardo, che passeggiano seminude per un viottolo di campagna, con alcuni condomini di Cento sullo sfondo, approcciate da un pelosissimo Lucio Dalla, a bordo di una sgangherata Ape Piaggio, sono un concentrato di colore dallo spirito davvero intenso.
il respiro del diavolo
Una solarità che contrasta, o forse è solo l’altra faccia della medaglia, con certe atmosfere e racconti, riportati da più parti, a proposito di alcune ville del contado centese, dai connotati decisamente più sinistri. Particolarmente toccante è quanto si narra al riguardo di quella che è denominata Villa dell’Ariosto, storicamente considerata la residenza di campagna del poeta, e situata non lontano dall’abitato di Renazzo, sulla via Reno Vecchio: il luogo è da tempo frequentato da coppiette, in cerca di intimità, e pare che alcune di queste, lì appartate in auto, abbiano udito, nel silenzio della notte, diffondersi a più riprese il pianto di una bambina.
Vi è anche chi sostiene di avere sentito uno strano ansimare provenire dal giardino della villa, che i più esperti di occulto, a scanso di equivoci, data la particolarità delle frequentazioni, avrebbero identificato addirittura con il respiro del diavolo in persona.
Grande inquietudine, inoltre, ha sempre generato la diceria che un tunnel sotterraneo colleghi direttamente la villa alla Rocca cittadina: chi in passato ha tentato di percorrerlo avrebbe desistito, sia per i crolli, in alcuni passaggi e strettoie, ma anche per altri motivi meno “terreni”. Pure a proposito di un’altra nobile dimora, posizionata tra Cento e Sant’Agostino, Villa Ludergnani, si narra che una seduta spiritica, compiuta nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale, abbia generato effetti drammatici sui partecipanti: si racconta, in particolare, dell’apparizione di fantasmi e di persone che divennero pazze per lo spavento occorso loro.
una sera di novembre
Anche a Villa Cremona, sita non lontano dalla Giovannina, oggi disabitata, che un tempo ospitava un ristorante, pare anche piuttosto costoso, sono stati uditi suoni e rumori piuttosto strani, e non soltanto in orari notturni. Non fu, invece, vittima di fantasmi, ma della crudeltà umana, una bella ed affascinante signora centese sulla quarantina, appartenente ad una nota famiglia nella città del Guercino.
Una fredda sera di novembre del 2000, il giorno 10 per l’esattezza, verso le 19.30, l’imprenditrice Viviana Manservisi, mentre si accingeva a lasciare la ditta di famiglia, in via Risorgimento, nella prima periferia, venne freddata con due colpi di pistola, da due banditi col volto mascherato, che si erano introdotti negli uffici, approfittando del buio e dell’ora tarda, probabilmente per un tentativo di rapina. La vittima, che era in compagnia dell’anziano padre e di un cliente, con il quale avevano appena concluso un contratto, pare che, al momento dell’irruzione, avesse da poco ultimato di riporre una somma di circa 6 milioni di lire, in contanti, nella borsa, e che si accingesse a rientrare a casa. I malviventi, in origine si disse di etnia slava o albanese, sarebbero entrati, aggredendola ed afferrandole la borsetta: la donna li avrebbe inseguiti, e proprio per via della coraggiosa reazione della stessa, i due le avrebbero sparato, uccidendola sul colpo.
nessuna traccia
Nonostante l’immediato intervento dei carabinieri, allertati dal padre della donna, sconvolto da quanto accaduto in pochi istanti sotto i suoi occhi, ed i numerosi posti di blocco disposti subitaneamente, dei banditi, quella notte, si perse ogni traccia. A parte l’avvistamento di una Fiat Regata rosso scuro, targata Bologna, con due persone a bordo, notata percorrere le campagne ad alta velocità da alcuni passanti, non furono più rinvenuti elementi anche solo indizianti sull’accaduto. Per la morte della povera Viviana non vi furono indagati, e su quanto successe quella sera d’autunno grava, ancora oggi, un fitto mistero.
vita spezzata
Negli ultimi anni, si è diffusa l’idea, non supportata da elementi di fatto, malgrado anche un’interrogazione parlamentare al riguardo, che, in realtà, quella rapina celasse altro: e da più parti ci si è chiesti se quel dramma si consumò davvero per sete di denaro o non si sia trattato piuttosto di un’esecuzione mascherata da rapina.
Quello che appare certo è che, a distanza di quasi vent’anni, sarà davvero difficile giungere ad una verità giudiziaria. Le stesse strade, al limitare dell’abitato, percorse, sotto il sole d’estate, dal Barone Anteo Pellicani, alias Ugo Tognazzi, dal venditore tarantino, in trasferta, di oggetti erotici, Checco Biancone, alias Paolo Villaggio, dalla prostituta Silvana e dall’altra coi capelli rossi, importunate dal Fava, alias Lucio Dalla, l’inventore della motosega a vapore, quella notte scura furono teatro della fuga di due spietati killer che, con indicibile crudeltà, spezzarono la vita di una giovane donna.—
Davide Bertasi
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