Nessuno ascolta le sirene
Due musicisti, una zattera e un canale che collega Mantova al Delta del Po: viaggio attraverso una pianura etnica «Adesso siamo qui, passati dall’essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti da niente»
Quando ripartiamo andiamo così piano che la nostra zattera sembra anche lei una foglia come le altre, appoggiata sulla superficie dell’acqua. Poche macchine scorrono sul lato destro, un paesaggio impossibile. Siamo spettatori imprevisti con i nostri cinque sensi in questo canale percorso solo da chiatte che portano merci e che non abbiamo ancora incontrato. Non succede niente e mi siedo a gambe incrociate a guardare queste mangrovie polesane, alberi senza nome. Dopo un po’ che navighiamo viene da guardarsi dentro e non solo attorno, parliamo di cose nostre, di andare a dormire alle nove e svegliarsi alle cinque e venti o viceversa.
Massimo abita in una casa in mezzo ad un bosco sull’Appenino reggiano. Ha un asino “da compagnia”, delle pecore e anche sotto un portico una famiglia di nove pipistrelli. Stanno lì appesi in fila, madre, padre e sette figli e cagano di continuo, sono lì a dormire da dieci anni… Una volta che ci siamo visti per pianificare questo viaggio aveva chiuso fuori di casa sua moglie e lei non trovava più le chiavi di scorta e noi eravamo dal sindaco di Mantova a spiegargli il progetto. Ci avrebbe aiutato con i permessi e con la barca, era entusiasta e Massimo era al telefono che diceva Vedrai che le chiavi sono lì, se non ci sono le avrà prese un ghiro. Le avrà prese un ghiro per giocare, diceva. Poi ha messo giù il telefono e ha chiesto conferma a Pier, il fotografo in viaggio con noi, anche lui abitante delle montagne, gli ha chiesto conferma se effettivamente i ghiri possono prendere delle chiavi di scorta e lui glielo ha confermato.
CALI DI TENSIONE
Torniamo in acqua e una volpe rossa con la sua coda vaporosa corre accanto a noi che sbadigliamo come dei leoni per il calo di tensione di essere catapultati in questa calma enorme. Case con pannelli solari sui tetti si alternano a casa abbandonate e distrutte dal tempo. Balle di fieno accatastate diventano una cattedrale. Non ci sono indicazioni per capire dove siamo, solo un albero spoglio in mezzo agli altri completamente vestiti ma è un segno che non sappiamo decifrare. Qui nel cortocircuito tra natura e sfruttamento della natura e persone che ci vivono. Acqua, tralicci e condomini. Alberi, idrovore e chiese. Aironi, pescatori e macchine che passano. Cose che galleggiano, case coloniche crollate. Questo canale naturale, statale e residenziale. Questo canale artificiale.
Procediamo lentissimi sotto un sole che scalda, un’aria terribile che si alterna ad un’aria fresca e buonissima. Guardandosi attorno viene da chiedersi dov’è il Nord Italia, passando il cartello stradale posizionato sull’argine che segna la fine della Lombardia e l’inizio del Veneto. Incontriamo altri pescatori, incrociandosi ci si saluta con un cenno come si fa nei sentieri di montagna, occhi sorridenti, non c’è bisogno di parlare. Qualche anatra magra come i ragazzi dell’est che pescano senza maglietta in questo sole di fine ottobre. Riusciamo a distinguere la loro fisionomia, lo sguardo serio, i capelli corti, il cenno di saluto duro ma timido che fanno al nostro passaggio. Incontriamo altri pescatori tedeschi molto più equipaggiati, vengono fino a qui perché questa è l’unica zona al mondo dove si possono pescare siluri di due metri e di duecento chili. Si accampano con le tende su questi piccoli argini in mezzo alla vegetazione, a volte da soli come fosse un corso di sopravvivenza, ma sorridenti. Gli chiediamo se hanno preso qualcosa e ci rispondono felici in italiano, con forte accento tedesco: forse qvesta nocte. Sulla nostra barca ci sono ovunque gli adesivi di casasiluro che organizza queste spedizioni. È l’impresa di un tedesco trapiantato in Polesine che ha trovato qui la sua America.
UN'AMAZZONIA IMMAGINARIA
Gli argini sono stati rinforzati con il cemento ma sopra ci cresce di tutto in modo selvaggio. Reggiani ci ha detto che all’altezza di Castelgugliemo ci sembrerà di essere in Amazzonia. Un’Amazzonia immaginaria. Come quando ero a Bassano del Grappa per registrare un disco e incontro il gestore dell’agriturismo nel campo di asparagi con il sole che si sta alzando, lui respira a braccia aperte e mi dice Ah guarda che luce, sembra di essere a Los Angeles. Volevamo raccontare com’è la pianura in questo momento storico con amore e impietosamente, come è cambiato il paesaggio. Navigare in una pianura etnica tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia. Un’esperienza senza la mediazione degli schermi o delle pagine, esserci dentro. Percorrere una regione che non esiste e che si chiama Polesine. Una pianura dove la vita costa pochissimo rispetto ai grandi centri. Una pianura che non si può più rappresentare come prima. C’è la lega. C’è la mafia. La qualità della vita è comunque migliore che altrove. Le istituzioni sono ancora più vicine alla realtà che altrove. L’aria spesso è respirabile anche se umidissima. I circoli anziani sono gli ultimi al mondo e gli unici ad andare in bicicletta fuori dai centri storici sono africani. Qualche giorno prima alla bocciofila di Ferrara in maglietta bianca su canottiera bianca e guantini tecnici mi ero accorto di avere di fronte l’ultima generazione di giocatori di bocce.
PUNTI DI VISTA
Potevamo avere un punto di vista insolito, guardare tutto da un canale d’irrigazione che non sapevamo dove portava, come mi ha scritto Massimo: quel canale, tutte le volte che l’attraverso andando al Veneto, che meraviglia, così lungo e dritto in mezzo ai campi, una autostrada che mi figuro silenziosa in mezzo a territori concitati come i nostri... chi abita i suoi confini? Tribù africane, cacciatori di nutrie, commerci di mafia, gli ultimi nonni pescatori, animali estinti? E adesso siamo qui, passati dall’essere assaliti da troppe cose contemporaneamente al non essere assaliti da niente.Anche i pensieri si diradano, ci lasciano stare, mi gira in testa solo una frase di Mark Twain nel corso della mia vita sono passato attraverso cose terribili, alcune delle quali sono accadute per davvero. Forse siamo qui per decifrare i segni di qualcosa, dei fiori gialli, dei canneti, degli alberi che si sporgono sull’acqua e si protendono come noi in cerca di qualcosa di impreciso. Una bottiglia che galleggia, degli alberi rosso fuoco, una pianta che vive a pelo d’acqua con le sue radici che sembrano capelli castani. I colori autunnali cosa vogliono dirci di questi posti, di questi tempi lunghi che scorrono, senza rivelarsi, paralleli al continuo industriarsi. Nessuno ascolta le sirene e le sirene smettono di cantare. —
Vasco Brondi
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