La Nuova Ferrara

Campagna violenta

Davide Bertasi
Campagna violenta

Strade bianche e campi che si estendono a perdita d’occhio: sono i paesaggi dell’Argentano Dalla nobildonna uccisa nel 1944, settant’anni di enigmi, apparizioni e crimini inspiegabili

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Sono strade lunghe, e sovente deserte, sia nel pieno della canicola estiva, che nel freddo rigore invernale, quelle che attraversano lo sconfinato territorio che fa capo al comune di Argenta.

Vie silenti che intersecano campi, che corrono a ridosso di canali o di oasi d’acqua, circondate da alberi, o completamente prive di vegetazione al loro limitare, e che sembrano spesso condurre verso il nulla. Spazi enormi, che paiono infiniti, quelli delle campagne dell’argentano: chilometri e chilometri quadrati, che toccano Comacchio, e Portomaggiore, da un lato, e giungono fin quasi alle porte di Imola e dell’Appennino dall’altro. Fu proprio in ragione di queste caratteristiche che la parte più prossima alla Romagna ravennate ed alle valli comacchiesi fu scelta, dal regista Giuliano Montalto, come luogo deputato, oltre quarant’anni fa, alla trasposizione cinematografica dell’opera letteraria della scrittrice bolognese, Renata Viganò, L’Agnese va a morire: storia di una donna partigiana, una delle cosiddette “staffette”, il cui coraggio venne degnamente celebrato anche sul grande schermo.

Era la primavera del 1976, quando, grazie al contributo, spesso volontario, di associazioni e cooperative, oltreché di sindacati, fu possibile trasporre su pellicola il romanzo edito nel 1949 e vincitore del Premio Viareggio.

storia e cinema

Le stesse silenti, e spesso brumose, strade, che furono teatro delle riprese del film, solcate da quel Ninetto Davoli, che solo pochi mesi prima, aveva vissuto in prima persona la tragica fine, all’Idroscalo di Ostia, di Pier Paolo Pasolini, da un giovanissimo Rosalino Cellamare, in arte Ron, da un altrettanto imberbe Michele Placido e dalla grandissima attrice svedese Ingrid Thulin, nel ruolo di Agnese, fecero anche da proscenio, nemmeno una decina di anni dopo, ad una delle più inquietanti storie di presunte apparizione di alieni che la nostra zona ricordi. Era, infatti, il dicembre del 1984, tragico mese della storia recente della Repubblica, segnato dall’attentato al rapido 904 in una galleria appenninica tra Bologna e Firenze, quando un signore di Argenta, tale Franco Chendi, che stava recandosi a cena da amici nella non lontana Medicina, fu vittima di una sconcertante apparizione.

L’inconsapevole viaggiatore, infatti, mentre percorreva, alla guida della propria auto, una strada deserta e poco illuminata, fra le tante che attraversano quelle zone, notò improvvisamente, da dietro un argine, avanzare una luce intensissima, emanata da una sorta di enorme “sfera” volante, le cui forme era difficile intuire, proprio per la repentina intensità del lucore: palla che seguì l’auto del Chendi per un paio di chilometri, prima di eclissarsi, sopra il ponte di Campotto.

apparizioni nella notte

Giunto a destinazione confuso e decisamente spaventato per l’insolito episodio, il nostro viaggiatore raccontò agli amici quanto era successo. Ma il destino quella sera non gli riservò solo l’emozione provata nel viaggio di andata. Una situazione ancora più incredibile la visse durante il ritorno: giunta, infatti, nel luogo in cui, poche ore prima, la luminosa “palla” era apparsa, l’auto del Chendi si spense improvvisamente, finendo per rimanere avvolta da un fittissimo banco di nebbia.

Il conducente, atterrito, notò un’improvvisa luce, che di lì a qualche attimo, svanì insieme alla nebbia: e l’auto, improvvisamente, si rimise in moto. Il Chendi si rese anche conto di avere perso cognizione della realtà per qualche istante. Della vicenda si occuparono pure alcuni telegiornali del tempo: il solitario viaggiatore, infatti, sostenne di non essersi mai più ammalato, dopo quei fatti. Nemmeno un’influenza, un raffreddore, un’emicrania. E per descriverne più approfonditamente la storia, alcuni anni fa, è stato girato un cortometraggio al riguardo, dal regista Daniele Spadoni, denominato Gray Tales.

violenza spietata

Non furono certo gli alieni, invece, a violentare ed uccidere, all’interno della propria villa, nella frazione di Codifiume di Argenta, la marchesa Maria Giordani Catalano Gonzaga. La nobildonna, nel maggio del 1944, venne rinvenuta cadavere, all’interno della propria camera da letto, nella villa di famiglia, colpita con un collo di bottiglia: di Cognac, per l’esattezza. Il verbale dei carabinieri dell’epoca parla dell’incursione, verso le 22.30 del 15 maggio 1944, di sei uomini mascherati, armati di bombe a mano e pistole, che entrarono a Villa Giordani e che rinchiusero la servitù a chiave in alcune stanze. Va sottolineato come la famiglia della marchesa fosse una delle più agiate della zona, con possedimenti terrieri molto ampi, sia nella provincia di Ferrara, che in limitrofe aree del Bolognese.

fuga nei campi

Sempre secondo la relazione delle forze dell’ordine intervenute dopo i fatti, i sei uomini, travisati al volto, si portarono nella stanza occupata dalla nobildonna, che colpirono, dopo averle usato violenza, con un corpo contundente, una bottiglia del noto liquore francese, appunto, e che poi strozzarono con l’ausilio di una cinghia. Gli stessi pare si siano fatti consegnare, poi, dal figlio diciannovenne della vittima, Federico, due orologi d’oro, e dodicimila lire in contanti, trattenendosi fino alle 4 della notte all’interno della villa, sparendo successivamente nelle campagne, e facendo così perdere le proprie tracce. Gli autori di quell’efferato crimine non furono mai scoperti: molte voci, anche recenti, si diffusero, circa il coinvolgimento di alcuni partigiani nel fatto. Ma anche su questa ipotesi non vi è, a tutt’oggi, alcune certezza: del resto, i protagonisti di questa storia saranno probabilmente, per la maggior parte, dato il tempo trascorso, passati a miglior vita. In anni decisamente più recenti, ma non troppo, le placide campagne argentane vennero scosse da un altro terribile fatto di sangue: anche in questo caso, gli alieni non furono i protagonisti, ma qualcosa, forse, di ben più pericoloso.

morire al mattino

La mattina del 7 ottobre del 1983, in un orto poco fuori la cittadina, G. F., un contadino di 71 anni, uccise con sette pugnalate la cognata, Palmira Salamon, moglie del proprio fratello, col quale condivideva la proprietà di alcuni fondi agricoli. A causa di diversi problemi di salute, fra i quali un leggero infarto, dei calcoli al fegato e un’itterizia, l’anziano accusava da tempo la stretta congiunta di averlo stregato. La prova definitiva della fondatezza dei suoi timori, circa il maleficio subito, fu quella dell’“urina marsalata” che sosteneva di espellere continuamente. Affermava, inoltre, l’agricoltore, di avere rinvenuto una spilla nel letto e di avere anche notato la presenza di un serpente in casa. Per tutte queste ragioni, lui e la moglie avevano persino deciso di rivolgersi alla maga Alfreda, molto nota ad Argenta in quel periodo: la stessa, però, a loro dire, non li aveva aiutati, perché in combutta con la Salamon.

E fu così che l’anziano contadino decise di farsi giustizia da solo: quella tiepida mattina d’autunno del 1983, sorprese la cognata nell’orto, e le inferse sette pugnalate, uccidendola sul colpo.

il processo

Durante il processo, celebrato avanti la Corte d’Assise di Ferrara, la perizia, disposta d’ufficio, del prof. Cicotti, riconobbe a G. F. il vizio totale di mente. Il collegio, presieduto dal dottor Bordon, assolse, nell’ottobre 1984, il settantunenne argentano, condannandolo, per l’effetto, a 5 anni di ospedale psichiatrico giudiziario. Il contadino, ossessionato dal maleficio, però, non scontò tutta la condanna: la morte se lo portò via il 9 ottobre del 1986, quand’era ancora rinchiuso a Castiglione delle Stiviere, nell’alto mantovano. Ed è così che ancora oggi le sconfinate campagne dell’Argentano, che hanno assistito recentemente alla misteriosa fuga del bandito Igor, il quale, lo scorso anno, lasciò dietro di sé una tremenda scia di morte, conservano ancora un alone di silenzio e mistero, talvolta non solo “terrestre”. —

Davide Bertasi

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