La Nuova Ferrara

la voce del cantautore 

«Prima la musica poi i testi Così nasce una mia canzone»

Matteo Bianchi
«Prima la musica poi i testi Così nasce una mia canzone»

Casale domani sarà a Ferrara per incontrare il pubblico e parlare del sua poetica «Gaber ha saputo metterci di fronte a nevrosi, contraddizioni e conformismi»

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Poeta è chi ti strappa le parole di bocca e ha la presunzione di scrivere a nome di tutti, chi dal suo microcosmo personale punta all’universale.

Giulio Casale è un artista eclettico a tal punto da fare questo effetto. Domani, alle 20, il musicista, scrittore e attore trevigiano sarà in città nell’ambito del Ferrara Buskers Festival nel cortile del Castello: quando la musica si ferma intorno alla piazza inizia “Poesia per strada”. Casale porterà con sé le pagine della raccolta sullo Zero (Tagete Edizioni) e le canzoni di cinque anni, il suo ultimo ep. Consapevole dei meccanismi del mercato, si è sempre tenuto lontano dalle lusinghe della cultura di massa, ma senza mai smettere di sfidarla.

Nasce prima la nota o la parola di un suo brano?

«La mia regola è cominciare da una suggestione musicale; tanto è vero che a volte impiego molto a scrivere i testi per rispettare il sentimento della melodia che ho trovato, o chissà, che mi è venuta a trovare. Nei casi più fortunati arriva quasi tutto insieme».

È una questione di equilibrio. Non ha mai temuto di limitare il contenuto lasciandosi prendere dalla forma?

«È una lotta continua, una dialettica costante. Non ho mai musicato una poesia in vita mia, piuttosto mi interessa il percorso contrario. Conserva il mistero del linguaggio musicale, specialmente la musica folk, sebbene sia semplice. Avendo scritto in versi e in prosa, conosco i generi e sono mestieri diversi. La musica unisce una grande quantità di competenze disparate e, quando riesce, è un patto stupefacente».

Alterna canzoni di denuncia a racconti di un malessere: qualcuno li ha considerati addirittura nichilisti.

«Per me è un percorso, non si tratta di morirci dentro. Pensandomi in primis come spettatore e scrutatore, l’arte ha sempre avuto in me una capacità detonante. Il senso della meraviglia mi ha reso possibile una serie di acquisizioni improvvise e imprevedibili».

La sua resistenza al nulla, cantando, diventa un’incessante presa di coscienza?

«Ho avuto bisogno di confrontarmi con la drammaturgia, con la messa in scena rigorosa. Invoco per ciascuno una dose di rivoluzione - spiega -, per provare a sfondare l’irretimento che ci circonda e ci ammala, ma che non si riesce a superare».

Per questo invidia Gaber, per come si è salvato?

«Soprattutto per come ha continuato a strapparci dalla nostra falsa coscienza, mettendoci di fronte a nevrosi, contraddizioni e conformismi. Mi sono accorto che ogni luogo comune ha una sua ragion d’essere, in quanto tale, ma spesso è un inganno, è pieno di pregiudizi. E fatalmente rischia di essere persino autoritario».

“Senza lividi nessuno s’illumina si macera un po’”, perché gli individui degli anni zero rifiutano la polpa della realtà?

«Da un lato è il paradosso della virtualità, che per favorire la comunicazione ha sacrificato fin troppo la profondità, dall’altro attraversare tante pene è una chance che porta a crescere interiormente. Sin da ragazzino ho sentito che la verginità è la meta e non l’origine; Pasolini sosteneva che per diventare puri sarebbe servita una vita intera». —

Matteo Bianchi

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