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L’anima brasiliana del poliedrico Gismonti «Cercavo la “mia” musica, l’avevo dentro»

L’anima brasiliana del poliedrico Gismonti «Cercavo la “mia” musica, l’avevo dentro»

Stasera ai Trepponti appuntamento con l’artista che unisce vari generi: la famiglia è la radice di tutto ciò che cerchiamo

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l’intervista

Egberto Gismonti, poliedrico polistrumentista brasiliano, è in arrivo ai Trepponti di Comacchio per l’Emilia Romagna Festival, oggi alle 21 (in caso di maltempo in sala polivalente “San Pietro, in via Agatopisto 7). Il concerto è organizzato in collaborazione con il Festival di Lubljana, dove farà tappa per un altro concerto, e con le Settimane musicali meranesi.

Apprezzato per le sue contaminazioni musicali, si esibirà al pianoforte e alla chitarra in “The Brazilian Soul”, concerto tra musica classica, popolare e jazz, ad ingresso gratuito. Ecco l’intervista che l’artista 70enne ha concesso al magazine sloveno Stars.

La musica fa parte della sua famiglia e adesso anche suo figlio Alexandre è uno strumentista. Pensa che la famiglia abbia una grande influenza quando si tratta di imparare la musica?

«Credo che la famiglia sia la radice di tutto ciò che cerchiamo, scopriamo e influenziamo nelle nostre vite. Nel mio caso - aggiunge -, la musica appare in modo importante dal mio nonno italiano Antonio Gismonti. Tutti i figli di mio nonno erano molto musicali, molto sintonizzati, e tutti erano coinvolti con la musica durante la loro vita attraverso i cori delle chiese, nelle celebrazioni popolari della città di Carmo (dove sono nato), e nelle dediche ai loro figli in modo che la musica fosse presente in tutte le situazioni quotidiane. I miei 2 figli Alexandre e Bianca sono musicisti professionisti da quando avevano 18-19 anni».

Ha studiato con la compositrice francese, Nadia Boulanger, che ha insegnato a molti artisti famosi. Che ricordi ha di lei?

«La signora Boulanger è imparagonabile rispetto a chiunque possa parlare di musica. Sono d’accordo con tutti coloro che lo considerano il principale “spartiacque” o “riferimento” o “influenza” nella musica del XX secolo. Fortunatamente ho avuto l’opportunità di incontrarla e di conoscere la serietà, il rispetto e la riverenza che noi musicisti dovremmo dedicare alla musica».

«D’altra parte - aggiunge - ho anche studiato in Francia, con Jean Barraqué (discepolo di Anton Webern, seguace di musica a dodici toni). L’esperienza e la convivenza con questo compositore è diventata una profonda conoscenza di linguaggi contraddittori, realtà musicali inimmaginabili (specialmente per un brasiliano). Per concludere cito altre due esperienze, convivenza e studio, che la vita mi ha dato. La scuola di musica brasiliana e i suoi insegnanti. Credo che la combinazione di così tante influenze pedagogiche e sperimentali mi abbia dato la base fondamentale per la musica che ho fatto, che faccio e farò fino ai miei ultimi giorni».

Le è stata assegnata una borsa di studio a Vienna ma l’ha rifiutata perché voleva concentrarsi maggiormente sulla musica popolare...

«Le decisioni prese a vent’anni rispecchiano in pieno gli anni che si hanno. Intendo dire che quando ho deciso di non andare a Vienna per andare alla scuola classica come pianista, è stato perché volevo cercare la “mia” musica e alla fine ho scoperto che lo facevo da decenni. È stata una decisione che mi ha instradato alla mia via».

La sua biografia è piena di aneddoti davvero interessanti. Fra i tanti, ha passato due settimane a suonare il flauto nella foresta amazzonica dove vive la tribù Yawaiapiti, finché il capo capo non l’ha invitata a passare un po’ di tempo con loro. Com’è stata questa esperienza?

«Conoscere e vivere con gli indiani nel villaggio tribale di Yawalapiti è un’esperienza unica. Stiamo parlando di una società che molto prima di noi era organizzata e in via di sviluppo. Ho imparato molte cose, tra cui la musica che racconta i momenti nella natura. È così complesso che ti dico che dopo tanti anni (dal primo viaggio a Xingu), non mi sento ancora pronto a suonare qualsiasi canzone che ho imparato dagli indiani. Anche il cd che ho realizzato per loro, non contiene la loro musica. Penso che sarebbe un abuso o una grande mancanza di rispetto se suonassi o usassi la loro musica come faccio io».

Qual è stato il suo più grande sostegno quando stava costruendo la sua carriera di musicista?

«Sono tre gli elementi che devono vivere insieme sempre: musica, studio e pubblico. Studio delle lingue musicali, studio di queste lingue al punto di individuarle e avere persone che desiderano ascoltare e “finanziare” attraverso l’acquisto di biglietti, dischi, stimoli, in modo che il ciclo non si fermi».

Qual è la cosa che preferisce del fare musica?

«Essere in grado di sognare, di poter rischiare, di poter sperimentare e realizzare questo linguaggio astratto ma concreto, che ci dà la certezza che siamo composti da più parti di quanto possiamo immaginare».

Cosa fa nel tempo libero?

«Cerco sempre nuove storie attraverso amici, città, paesi, cibi di ogni luogo, film, opere teatrali. Ma tutto questo - ribadisce Gismonti - ruota ancora una volta attorno alla cosa più importante: la famiglia». —

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