Oggi come nel dopoguerra scegliere è una necessità
Sgarbi porta in scena “Casa d’altri” di D’Arzo, lo scrittore scoperto da Bassani L’attore: una storia rurale scandita dai tempi dell’allevamento e del raccolto
Silvio D’Arzo è scomparso all’età di trentadue anni, nel 1952, ma come chi possiede una vista capace di andare oltre il proprio tempo, ha lasciato un’eredità più che mai attuale. Domani, alle 21.30, sarà l’attore Marco Sgarbi a interpretare il racconto “Casa d’altri” sul palco della rassegna “Strani giorni”, nel Consorzio Grisù a Ferrara (via Poledrelli, 21).
Il giovane scrittore emergeva coerente dal buio della Seconda Guerra Mondiale e dai suoi tormenti. Era Umberto Eco a notare che la Resistenza non fu solo opera dei comunisti, ma che i partiti contrari al dispotismo violento del nazifascismo furono tanti e di altrettanti orientamenti. La Resistenza è stata una risposta estrema e radicale, che al contempo ha portato alla luce i principi di libertà, coesione e uguaglianza.
Perché “rimetterlo al mondo e farlo rivivere”?
«È un testo che avevo incontrato per la prima volta nel 2016 durante il centenario della nascita di Bassani. Il grande scrittore è stato fondamentale anche in ambito editoriale; ha permesso di divulgare in Italia autori della levatura di Pasternak e della Yourcenar. Rimase colpito anche da Silvio D’Arzo, dal suo stile acuto e delicato al tempo stesso, e decise di pubblicarlo su “Botteghe Oscure”, rivista della quale curava la selezione dei nuovi talenti, oltre che per Feltrinelli».
Che cosa convinse Giorgio Bassani?
«La marginalità in ogni suo aspetto: anche nella società contadina c’era chi si sentiva tale, perché aveva maturato idee differenti dalla comunità di appartenenza, o semplicemente cominciava a sviluppare un pensiero autonomo. Individui che si manifestavano fuori dal mucchio».
Mentre lei perché è rimasto coinvolto?
«Perché racconta un’esistenza rurale, scandita dai riti dell’allevamento e dei raccolti, ambientata in montagna ma accomunabile a quella vissuta nel dopoguerra lungo il corso del Po».
D’Arzo si concentra sul rapporto particolare che nasce tra il parroco e Zelinda.
«Parroco che si definisce “prete da sagre”, quasi abbia perso la sua una missione evangelica e sia solo in grado di aiutare i paesani ad accordarsi sui problemi semplici. Ogni sera osserva Zelinda che si china su un budello a lavare gli stracci di una fabbrica poco lontana. Incuriosito decide di cercarla e l’attende in parrocchia, fino a quando lei non andrà a confessarsi».
E il prete come reagisce davanti a tutto questo?
«Rimane spiazzato, gli provoca un turbamento profondo quanto l’origine della richiesta. Dopo tanti anni trascorsi al pari di una capra, senza cambiamento alcuno, la donna chiede al parroco la dispensa speciale di togliersi la vita, affinché la sua coscienza possa sentirsi in pace in seguito a una scelta del genere».
Fino a che punto ci riguarda questo interrogativo?
«È l’esigenza di chi subisce un contesto moralmente rigido, dedito alla chiesa e alla fede, di voler scegliere per sé o quanto meno di poter esprimere il bisogno di qualcos’altro. È la storia di ieri, è il passato che ha influenzato la generazione precedente». —
Matteo Bianchi
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