La Nuova Ferrara

Il calcio e la vita di provincia in un libro

Matteo Bianchi
L'autore Matteo Pedrini
L'autore Matteo Pedrini

"Forte e in mezzo" è il romanzo di debutto di Matteo Pedrini: "Crescere in un piccolo paese ti mette sulla schiena uno zaino di ghisa che ti rallenta il passo"

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FERRARA. Dal fischio dell’arbitro al calcio del pallone, il nuovo romanzo di Matteo Pedrini, "Forte e in mezzo" (La Carmelina), è un flashback che dura l’istante di un rigore. Un istante dominato dall’adrenalina, che spesso condensa entusiasmo e paura. La mente corre subito allo stile incalzante di Osvaldo Soriano, a "Il rigore più lungo del mondo", una vittoria dai toni epici ma resa possibile da tipi comuni, piccoli uomini con un grande respiro. La prima prova in prosa del cantastorie ferrarese è scaturita da tre esigenze personali: raccontare la provincia emiliana, il calcio amatoriale e il rapporto affettivo tra una nonna e un nipote. Non poteva mancare sin dall’esergo un richiamo alla musica: «Controllo la rotta / sulla linea della vita / delle mie mani appassite. / Riparto, attraverso la notte», sono i versi di Giorgio Canali che sembrano condurre il protagonista alla partita fatidica, quasi per dargli coraggio. Gianluca Stella, di cognome ma non di fatto, è il centravanti di una squadra scalcinata di paese. Per quanto sensibile e impulsivo, s’indurisce di fronte alla vita e ai suoi falli improvvisi, ma non smette mai di mettersi in gioco.

Scegliere di restare in provincia, di viverla a pieno, è un limite? «Uso una riflessione dello stesso Gianluca: crescere in un piccolo paese ti mette sulla schiena uno zaino di ghisa, che ti rallenta il passo rispetto a chi è nato in un contesto più stimolante. Con il passare degli anni, però, arriverai a un bivio: o ti siedi e ti fai schiacciare dal suo peso, oppure te lo sfili di dosso trattenendo solo le esperienze positive».

Il mister Guerrino Merli, detto “Franconero”, rappresenta la forza del calcio amatoriale nel fare comunità: «Il calcio giovanile può aiutare bimbi di indole o di estrazione più problematica a superare la famosa linea d’ombra. Nonna Serena iscrive Gianluca contro il parere dei suoi, proprio perché riconosce nel calcio la riduzione in scala del mondo e nella squadra quella della società. Impari a confrontarti con gli altri in uno spazio protetto, controllato da adulti. Fino a pochi anni fa ogni comune intorno a Ferrara aveva un allenatore di riferimento, una sorta di mentore che ha cresciuto me e i miei coetanei. Il mio Franconero li raccoglie tutti: parla quasi unicamente in dialetto e, avendo dovuto abbandonare gli studi per dedicarsi al pallone, compensa la sua mancata istruzione trasmettendo ai ragazzi la sua sconfinata umanità».

A proposito del dialetto e delle espressioni gergali, che valore assumono nei dialoghi? «Ho scelto di dosare due dialetti diversi: nonna Serena è di origini toscane, come poi lo era mia nonna Ivana, permettendomi di attingere ai ricordi dell’infanzia, mentre il ferrarese mi è servito per dare corpo e colore alla campagna emiliana, alle consuetudini che si sono conservate nel tempo. Considero la storia intera un dialogo tra il protagonista e il lettore, schietto e aperto, quasi fossero seduti al tavolino di un bar».

Perché ti spendi a tal punto per il campetto dietro casa, ma eviti in toto la critica al calcio degli sprechi? «Questo romanzo non sarebbe stato il “luogo” adatto. Il calcio dei professionisti rimane su un altro piano: se non esistesse come potrebbe un bambino sognare dietro a un pallone? Volendo stemperare, si tratta comunque della terza azienda del paese capace di portare tanto denaro allo stato e di fornire altrettanti posti di lavoro. Dal mio canto, riesco a comprendere perché il Cristiano Ronaldo di turno guadagni 30milioni di euro l’anno, producendone cento volte di più per i suoi datori. E parallelamente aggiungo il fattore romantico; sebbene il piccolo Gianluca abbia cominciato così, inseguendo i goal di un mito, l’importante resta la meraviglia del percorso che intraprendi e come ti cambierà».

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