Quando la fotografia regala la libertà Ritratti e autoritratti scattati dietro le sbarre
Con “Limbici” va in mostra il lato introspettivo del carcere «Ognuno rivela un po’ di sé e cattura qualcosa degli altri»
Cosa significa poter scattare una fotografia quando si vive chiusi all’interno di una cella? Il carcere non rappresenta unicamente la costrizione del corpo, ma anche la costrizione della visione: lo sguardo si ferma di fronte alla parete, la prospettiva si sfilaccia nella sequenza delle sbarre e delle grate. Il fotografo Cristiano Lega – napoletano ma stabile a Ferrara dal 2013 – è partito da questa idea per sviluppare assieme all’associazione Feedback “Limbici”, il progetto educativo che sabato 5 ottobre verrà presentato all’interno della casa circondariale dell’Arginone, un percorso che ha coinvolto sette detenuti e li ha condotti, nell’arco di sei mesi, non solo dietro alla macchina fotografica, ma anche davanti a sé.
il progetto
Il workshop si è concentrato sul ritratto e sull’autoritratto: una scelta dettata dalla necessità, dato che per ragioni di sicurezza è vietato realizzare e diffondere immagini della struttura, ma sfruttata in chiave introspettiva. «Se chiedi a una persona rinchiusa tra quattro mura di scattare una foto, inevitabilmente lo scatto sarà più intenso di quello chiesto a chi ha sempre la possibilità di misurarsi con l’immagine», racconta Cristiano. «La visione del detenuto è differente, perché presuppone un piccolissimo momento di libertà all’interno di un contesto di reclusione. Abbiamo cercato di liberare non solo la visione, ma anche l’emozione: ogni partecipante ha provato a rivelare qualcosa di sé, e allo stesso tempo a catturare qualcosa degli altri. Il titolo del progetto – dedicato al sistema limbico, quello che nel cervello guida le emozioni – nasce da qui».
il lato più intimo
I risultati ottenuti hanno sorpreso in primis lo stesso fotografo: «Ho sicuramente accompagnato i partecipanti, soprattutto per le impostazioni tecniche, ma la profondità che hanno saputo trasmettere mi ha impressionato. In un contesto in cui normalmente è difficile lasciare intravedere agli altri le proprie emozioni, hanno saputo esprimersi in modo veramente intimo». Riflettendo sulle ricadute positive che questo tipo di attività possono generare, Cristiano cita immediatamente l’italoamericano Donato Di Camillo, che si è appassionato alla fotografia durante gli otto anni trascorsi in cella e, una volta tornato in libertà, è diventato un professionista di fama internazionale.
«Di Camillo è un esempio eccezionale, ma chi ha seguito il corso l’ha apprezzato molto. Credo che in generale impegnarsi in qualcosa, in un momento di particolare debolezza, abbia un grande valore. Infonde fiducia portare a casa un buon risultato, infonde la speranza che quando si sarà fuori si sarà capaci di reinserirsi in percorsi positivi. Stimolare le persone a fotografare significa invitarle ad avere una prospettiva differente». Per visitare la mostra è necessario prenotare entro mercoledì scrivendo a info@giornaleastrolabio.it, allegando una scansione del documento di identità. —
Licia Vignotto
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