«Rischiamo la solitudine» Mettersi in discussione dopo una vita a far soldi
l’intervistaChi saprebbe scegliere a cuor leggero se vivere cento giorni da pecora o uno soltanto da leone? Guido Barbujani ha risposto, lucido, che gliene basterebbero la metà, ma il più possibile...
l’intervista
Chi saprebbe scegliere a cuor leggero se vivere cento giorni da pecora o uno soltanto da leone? Guido Barbujani ha risposto, lucido, che gliene basterebbero la metà, ma il più possibile umani, fatti di sentimenti e di emozioni. Sabato 29 settembre, alle 18, ospite della libreria Ibs+Libraccio di Ferrara, lo scrittore (professore di genetica all’Università di Ferrara) presenterà il suo nuovo romanzo, Tutto il resto è provvisorio, edito da Bompiani. Il libro è già entrato nelle classifiche dei più letti in città. Se tutto al mondo ha una scadenza, ma di più, ha una dignità intrinseca che va riconosciuta, la solitudine è il prezzo che sulla soglia dei cinquant’anni paga Gianni Schulft, il protagonista padovano, per aver indugiato, per non aver dato un senso ai suoi passi. E il passato di ciascuno prende spazio proprio nel frangente in cui diventa un rimorso, o macera in un rimpianto.
Cosa spinge un uomo a rischiare tutto per cambiare vita?
«Conosco Padova – risponde l’autore – e ho incontrato molti individui che vivevano solo per fare soldi, per il piacere del possesso; così ho immaginato che un tipo del genere, come Schuft, potesse prendere le distanze dai suoi panni e mettersi in discussione dal mio punto di vista».
Il protagonista a chi si racconta? Sembra quasi una confessione…
«Mi piacerebbe saperlo. Una volta finito in carcere, potrebbe trattarsi di una giornalista. Il tono della prima parte del romanzo è dettato dall’urgenza del parlato, è diretto ed estemporaneo, si mette subito a confronto con il lettore. Nella seconda parte, Schuft si fa più nostalgico e letterario, specie quando ricorda Trieste o l’altopiano di Asiago».
Senza ipocrisia lei descrive la noncuranza e l’egocentrismo che ci muovono ogni giorno.
«Per Schuft lo è all’inizio, mentre si lascia cullare dalle abitudini e si ferma a un’esistenza superficiale. Nel momento in cui gli eventi lo spingono a mettersi alla prova fino in fondo, a non risparmiarsi il dolore, cambia anche il rapporto con chi lo circonda».
Liquida decenni di relazione tra Schuft e sua moglie in un paio di righe. A confronto Ilirjana, la sfuggente violoncellista, quanto vale?
«La musicista è figlia di un’esperienza estrema, della guerra civile; perciò è in grado - spiega -, anche se a tratti inconsapevolmente, di trasmettergli un modo più intenso di affrontare la realtà e uno più passionale di intendere l’amore».
Perché ha scelto di focalizzarsi sull’Est europeo?
«Sono Paesi che ho visitato di persona e che apprezzo; Paesi che hanno superato con fatica il Novecento. Spesso abbiamo scambiato la cruda coerenza che si portano addosso gli abitanti di quei luoghi per crudeltà, senza renderci conto che sono state le avversità a renderli risoluti».
Ogni lasciata è persa: è una condanna?
«Il caso nella mia storia gioca un ruolo cruciale, poiché non possiamo accorgerci delle occasioni perdute, se non a posteriori. E la solitudine che sconta Schulft lo dimostra». –
Matteo Bianchi
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