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Una raccolta in versi per l’esordio poetico della giovane Belcastro

Una raccolta in versi per l’esordio poetico della giovane Belcastro

Spesso ci si aspetta che una raccolta di poesie ci cali nell’esistenza di qualcun altro. Non è così, non sempre. La città di formiche di luce (Edizioni Kolibris) è la prima prova in versi di Silvia...

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Spesso ci si aspetta che una raccolta di poesie ci cali nell’esistenza di qualcun altro. Non è così, non sempre. La città di formiche di luce (Edizioni Kolibris) è la prima prova in versi di Silvia Belcastro (con allegate bellissime tavole) e dimostra una profonda capacità di ascolto, ma di più, percezione del mondo intorno, permettendole di usare il suo vissuto per accedere a quello altrui.

“Nella città di formiche di luce, / un vuoto disegna le braci dell’uomo / come una promessa”. Quando le parole hanno un motivo a chiamarle sul foglio bianco, fungono da incontro: si tratta di un patto tra la Belcastro e la realtà. È la mancanza a muovere il suo sguardo alla ricerca di un varco, di un significato che resti intatto, che non subisca alcun effetto del dolore. È la necessità di cambiare la sua condizione: il libro comincia dietro le sbarre di una gabbia, dietro una metafora che potrebbe nascondere il reparto di un ospedale come l’ala di un riformatorio, ma cambierebbe poco.

Di pagina in pagina le poesie si fanno racconto e materia quotidiana. Perfino Ferrara perde i connotati e diventa contenitore di vite che si intersecano senza motivo apparente. Da Pascoli alla Merini, dalla Plath a Saramago, i riferimenti che si intuiscono dalle letture della Belcastro sono svariati e le fanno da guida. Non le importa il luogo, bensì le persone e “i gesti antichi” che ripetono. —

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