Nel romanzo di Panzacchi la vittima è protagonista restituendo il male subìto
Finalmente il protagonista è il nemico: un mercenario senza identità e nome, almeno per cominciare, che persegue il male, legittimato dagli altri. O, meglio, che restituisce il male subito con...
Finalmente il protagonista è il nemico: un mercenario senza identità e nome, almeno per cominciare, che persegue il male, legittimato dagli altri. O, meglio, che restituisce il male subito con altrettanta freddezza e precisione, diventando carnefice. Nel suo nuovo noir, Il pranzo della domenica (Laurana), il ferrarese acquisito Paolo Panzacchi dimostra dalla prima riga come nuocere agli altri può diventare una questione di coerenza con se stessi, un modo per sentirsi vivi, per non soccombere a causa di una ferita impossibile da rimarginare. La tranquillità degli Arienti, famiglia bolognese che da generazioni smercia acciaio, viene sconvolta all’improvviso da un segreto.
«Ogni componente nasconde qualcosa sotto il tappeto – esordisce lo scrittore –, sperando che basti a sotterrare gli errori commessi in passato. Ma sarà proprio una di queste “non curanze” a mettere in crisi la tenuta familiare e la loro azienda».
D’altronde, nell’immaginario il pranzo della domenica resta il momento in cui sfoderare il sorriso migliore, ma il più falso possibile... «Quando mentiamo, ci preoccupiamo di occultare il fatto commesso per proteggerci, non accorgendoci delle ripercussioni sugli altri. Le nostre bugie causano sofferenza e producono vittime. E il mio protagonista non accetta che si abusi della sua fiducia». —
M.B.
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