"Luci della centrale elettrica" addio. Vasco Brondi riparte da un doppio album
Dieci anni tra la via Emilia e la Via Lattea. Il cantautore ferrarese: «Il nome mi ha protetto, nascosto. Questo traguardo è l’occasione per chiudere il cerchio»
Dopo qualche giorno lontano da tutto e da tutti, passato in uno di quei posti «dove il wi-fi non arriverà mai», Vasco Brondi è pronto a ripartire. L’uscita del doppio album, il giro di incontri nelle librerie, un nuovo libro e il tour nei teatri. Tre mesi fitti fitti inaugurati ieri mattina con un post sui social, che annunciava la fine de Le luci della centrale elettrica. Si chiude un capitolo musicale che nel panorama italiano ha fatto la differenza.
Brondi, quando e perché ha preso questa decisione?
«È una cosa che ho semplicemente sentito, con questo doppio disco e dopo dieci anni il progetto musicale Le luci della centrale elettrica viene a compimento e finisce. Dopo dieci anni di canzoni, concerti, incontri e non usciranno altri dischi con questo nome. Ripartirò leggero con il mio nome o con un altro non ci ho ancora pensato, non so cosa farò, improvviserò come sempre. Ho iniziato che ero un ragazzino, sono cresciuto suonando in giro, viaggiando in furgone, sono cresciuto in pubblico dentro queste Luci e a un certo punto quest’anno ho realizzato che i dieci anni potevano essere l’occasione di chiudere il cerchio. Non ci avevo mai pensato davvero ma è affiorata questa sicurezza. Proprio il nome, Le luci della centrale elettrica, per me è stato molto importante fin dalla prima volta che mi è venuto in mente: è un nome corale, controproducente, quasi di una band – anche se ero sempre io da solo – dietro cui mi sono anche nascosto, da cui a volte mi sono fatto proteggere. Molte persone tuttora sono convinte sia un gruppo, e per me è stato un bel gioco, un aiuto, anche se poi mi ha forse reso più impreparato a essere accerchiato, fotografato, insultato, idolatrato. Un gioco a nascondino che ha funzionato solo fino a un certo punto. Per moltissime persone questo progetto si chiude senza che ne abbiano neanche mai sospettato l’esistenza e anche questo mi diverte molto, relativizza tutto».
Venerdì uscirà “Tra la via Emilia e la via Lattea”, una raccolta dei brani più rappresentativi di questi primi dieci anni di carriera. Abbinato c’è anche un (bellissimo) live in studio da cui forse emerge il lato più intimo suo e delle sue canzoni. Come si trova in questa nuova dimensione sonora?
«L’ultima parte del tour di Terra è stato anche un modo per lavorare alle mie cose future. Invece di sperimentare in sala prove, con i musicisti ci siamo detti: ok, proviamo subito a cielo e porte aperte, sentiamo come funziona questo suono davanti alle persone. Con la band con cui ho suonato durante l’estate, grazie a questo cantiere a cielo aperto che è stato il tour, è venuto fuori il disco live 2008/2018, arrangiato con Rodrigo D’Erasmo. Mi piaceva l'idea di rivedere insieme a questa incredibile band i dieci anni delle Luci della centrale elettrica e ricomporli in un disco in cui si va da me da solo chitarra e voce, oppure in due elementi, e fino a una piccola orchestra con archi e percussioni, per poi tornare a versioni pianoforte e voce. Penso che sia rappresentativo di tutte le mie contraddizioni musicali e non. Ci sono dentro anche due versioni mie di Amandoti dei CCCP e di Bene di De Gregori, i miei maestri. Tra l’altro sono molto contento che Amandoti sia anche diventata con coro della Curva Ovest!».
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Nel corso dell’estate ha fatto concerti in location straordinarie, come quello al lago Trasimeno o in alta montagna nell’ambito de “Il richiamo della foresta”. Pensa ci sia bisogno di riscoprire certi contesti? Di ristabilire un contatto con natura e luoghi autentici?
«Volevo fare un tour in mezzo alla natura, portare Terra sulla Terra, così siamo andati su quest'isola che c'è in mezzo al lago Trasimeno dove ci siamo anche incontrati e dove per raggiungere il palco devi prendere la barca, e in Val d'Aosta, a mille e ottocento metri di altitudine, al festival Il Richiamo della Foresta organizzato da Paolo Cognetti. E poi ad Alta Felicità, che è il festival No Tav in Val Susa, a Noto e a Sansepolcro, all’interno di un festival che si chiama I cammini di Francesco. Mi piace l'idea di portare le persone che mi seguono a vivere qualcosa che non sia solo il consumo di un concerto, ma un'esperienza più impegnativa e – spero – più memorabile, magari andando in un posto dove arrivi dopo un'ora di cammino, o prendendo una barca. Quella serata diventerà unica, non replicabile, per te e per il pubblico. E poi voglio portare me stesso e le persone a vedere il grande patrimonio italiano, quello artistico sì, ma soprattutto quello naturale, quasi sempre ignorato e disabitato. Suonare in questi posti bellissimi e sconosciuti, aiutare il pubblico a scoprirli, è un modo per mostrare quanto sia prezioso, e trascurato il tema dell'ambiente. Quando abbiamo suonato sull'isoletta del lago Trasimeno c'era il vento che entrava nei microfoni, il tramonto che cambiava la luce: il paesaggio dentro cui ci muovevamo era vivo e potentissimo, di un’energia che al chiuso è impensabile riuscire ad avere. Tecnicamente suonare in un posto del genere è più difficile, ma la resa artistica è molto più forte perché entri in dialogo con tutto».
Fin dall’inizio ha sempre sperimentato. Ogni album è diverso dal precedente. Questa esigenza di cambiamento è anche sinonimo di coraggio.
«Credo sia importante avere il coraggio di rischiare di deludere chi ti lasciato in un posto e quattro anni dopo ti ritrova in un altro. E soprattutto è indispensabile per me rendere sempre vivo questo lavoro, vitale, che sia entusiasmante e difficile e piacevole. Lasciare che si evolva con te e che ti faccia evolvere».
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A novembre uscirà anche un suo libro, di cosa si tratta?
«Ho cercato di raccontare questi dieci anni in un libro, con l’aiuto di Tiziana Lo Porto una mia cara amica giornalista e il libro è nato da nostre conversazioni qui a Ferrara anche se poi è un racconto in prima persona, non è un libro di interviste, è un mio monologo di avventure. È un incrocio tra una fanzine, un album artistico, un diario, un libro fotografico. È pieno di colore con locandine, disegni, immagini dalla strada, dall’albergo, dal palco l’art director che ha fatto un lavoro meraviglioso è Rossella Merighi, ferrarese come me. Sono molto contento che dentro ci siano anche i racconti dei nostri incontri fatti direttamente dagli artisti che ho incontrato in questi anni e che poi sono diventati amici, c’è Manuel Agnelli, Jovanotti, Rachele Bastreghi, Daria Bignardi, Francesco De Gregori e tanti altri. Uscirà il mese prossimo sempre con La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi e si intitola semplicemente Le luci della centrale elettrica».
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