La Nuova Ferrara

I lunghi mesi da internato militare «Ero nell’anticamera della morte»

Davide Bonesi
I lunghi mesi da internato militare «Ero nell’anticamera della morte»

Il racconto del 96enne William Ferrari, marinaio vissuto per oltre un anno in un campo a Magdeburgo

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l’intervista

Davide Bonesi

Sabato sarà un giorno speciale per tutte le associazioni combattentistiche cittadine, perché a Pontelagoscuro inaugura una mostra e viene presentato un libro dedicato a due imi (internati militari) ferraresi, Danilo Martini e William Ferrari. Se il primo è morto una decina d’anni fa, il 96enne Ferrari è vivo e vegeto e ha una memoria di ferro e chissà se sia veramente un bene visto quello che ha passato. Nato, cresciuto e sempre vissuto a Ferrara, il 96enne è fidanzato da 70 anni e sposato da 65 con Fatma, che proprio ieri ha festeggiato 91 anni. Destino tragico quello della famiglia Ferrari, visto che il padre Carlo fu internato a Mathausen durante la Prima Guerra Mondiale, mentre fortunatamente il figlio Paolo (genio pionieri) ha vissuto un servizio militare più tranquillo ed è proprio lui che in tutti questi anni da appassionato ha raccolto oggetti e ricordi del padre, esposti da sabato nella mostra.

Quando sono iniziate le sue traversie?

«Si tratta di ricordi che, purtroppo, sono cementati nel mio animo - ci dice William Ferrari - e spero che dare risalto a queste vicende sia un monito perché tutto ciò non si ripeta. Abitavo in Argine Ducale con i miei genitori, nel 1942 ricevetti la cartolina per entrare nella Marina e mi presentai a Venezia. Fui trasferito a Pola fino al settembre del ’43 quando l’armistizio diede inizio ai problemi miei e di altri ferraresi che erano con me. Eravamo alla mercé dei tedeschi, quelli che il giorno prima ci consideravano amici, dal giorno dopo iniziarono ad offenderci. Eravamo in balìa di tutto e tutti, senza cibo e senza alcuna notizia sul nostro futuro».

Poi iniziò il lungo viaggio verso il buio...

«Un giorno ci dissero che c’era una nave che ci aspettava per portarci a Venezia, la maggior parte degli imbarcati erano marinai come me. Arrivati a Venezia i gondolieri dicevano di buttarci in mare, l’avessi fatto, ma si sperava potesse accadere qualcosa di meglio. Ci chiamarono in ufficio e ci chiesero di indossare la divisa tedesca, pochi accettarono anche se si rischiava l’uccisione. Dopo giorni ad aspettare, ci fecero salire su un convoglio per il trasporto bestiame, dicendoci che era diretto in Dalmazia, ma dalla luce del sole capimmo che andavamo dalla parte opposta. Eravamo in 50 tutti attaccati, attraversammo di certo l’Austria, perché passammo per Innsbruck, con i contadini che ci allungavano frutta. Dopo tre giorni ci dissero che eravamo arrivati in Germania e scendemmo».

Quando capiste dove eravate finiti?

«Lì non lo sapemmo mai. Prima ci buttarono giù dal treno a colpi di fucile, ci fecero denudare e ci chiesero cosa facevamo da civili, io ero disegnatore ma poco contava. Il giorno dopo un anziano (i soldati erano in guerra) ci portò a lavorare in campagna saccarifera e non si stava male. Ma dopo un mese ci caricarono su rimorchi agricoli e ci portarono in un campo di una grande città, scoprimmo poi essere Magdeburgo. Fui diviso dai due amici ferraresi con cui avevo fatto il viaggio, ma trovai Pellizzola che abitava vicino alla chiesa di San Biagio, morto qualche mese fa. Mi misero a lavorare alla Primus, un’officina meccanica, ero addetto alle pulizie. Ma alla fine di novembre un altro anziano mi picchiò senza motivo, accusandomi di non fare il mio dovere e mi misero nella compagnia di disciplina, anticamera della morte».

In che senso?

«Eravamo allo sbando, fra persone di varie nazionalità, anche tedeschi contrari al regime nazista. Vi sono rimasto per più di un anno. Si mangiava ogni due giorni e solo la sera, sbobba con qualche pezzo di patata, dormivamo su paglia con temperature sotto lo 0. Ci rubavamo la gavetta o gli zoccoli, chi non li aveva lavorava scalzo in mezzo alla neve e per recuperarli bisognava cedere la sbobba agli altri: miseria nella miseria. Una volta - racconta - uno di noi rimase ferito nel segare un tronco, lo lasciarono là e la mattina dopo lo trovammo assiderato dal freddo. A volte rubavamo le patate nei campi e quando i contadini si lamentavano veniva ammazzato qualcuno di noi, solo come esempio».

Quando finì tutto questo?

«Una mattina non fummo svegliati, timidamente uscimmo dalla baracca e vedemmo lenzuola bianche alle finestre e i guardiani erano spariti. La prima cosa che facemmo fu andare a cercare cibo. Poi finalmente arrivarono le prime notizie, c’erano gli americani e divenni amico di alcuni di loro, tanto da fare dei piccoli spettacoli tra gag e musica. Tornai con tre di loro diretti a Napoli: mi lasciarono a Ferrara. La Germania era un cumulo di macerie ma stavano già ricostruendo... Il primo a vedermi in città fu mio cugino, a San Giorgio. Io non sapevo dov’era finita la mia famiglia, lui disse a mia madre che c’era un soldato che aveva mia notizie, lei arrivò e prima ancora di piangere controllò che fossi tutto intero. I problemi non erano certo finiti: non c’era cibo, non c’era lavoro e ripartire fu dura, ma almeno ero con i miei cari e incontrai mia moglie». Ma questa è un’altra storia. —

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