Domani in Ariostea dialoga con Stefani Ciclo a cura di Isco e Istituto Gramsci
l’intervistaSpesso ci si lascia sedurre dai pregiudizi, dalla sterile sicurezza che infondono, senza preoccuparsi della disumanità che legittimano. Ospite domani in Biblioteca Ariostea è Sumaya Abdel...
l’intervista
Spesso ci si lascia sedurre dai pregiudizi, dalla sterile sicurezza che infondono, senza preoccuparsi della disumanità che legittimano. Ospite domani in Biblioteca Ariostea è Sumaya Abdel Qader, la quale parlerà sul tema “La famiglia islamica nelle società occidentali”. E ad accoglierla sarà il docente Piero Stefani. Combattere il razzismo è una questione di volontà, si pratica con i fatti e non solo con le intenzioni. Consigliera comunale del Pd a Milano, è contrariata dalla superficialità con cui la Sinistra ha gestito l’immigrazione, trattandola in modo folkloristico. L’intercultura non è cuscus e tamburi...
Ma è solo un problema di ignoranza?
«Delle famiglie musulmane non si sa alcunché - ci dice -, perciò cercherò di dare un’infarinatura sul ruolo dei genitori e dei figli al loro interno, andando oltre le mere faccende di cronaca. In apparenza si è portati a considerarle tutte uguali».
Ma l’apparenza inganna.
«Le famiglie sono estremamente eterogenee. Si tende a immaginare la comunità musulmana come un blocco monolitico, ma non è così, a cominciare dalla provenienza dei singoli individui. In più si tratta di immigrati, che devono ricostruire un modello educativo in un paese laico».
Su cosa si basa il concetto di intercultura?
«Sulla possibilità per queste famiglie di sganciarsi dai retaggi culturali dei paesi di origine, acquistando maggiore libertà. Di certo, un contesto plurale offre più visioni, più opportunità individuali».
Perché la parola “integrazione” ha assunto un’accezione negativa?
«Perché non le si è dato un contenuto, è rimasta ambigua. La si sente accostare a sproposito all’aggettivo “fallita”. L’Italia non ha avuto un reale progetto di inclusione, ma grazie ad insegnanti, associazioni del territorio ed al terzo settore, il risultato raggiunto è positivo. Non subiamo emergenze come la Francia, o altri Paese europei. Abbiamo cresciuto delle generazioni ben inserite, tutt’altro da chi abita le banlieue. L’immigrazione ha cambiato natura: le persone vanno recuperate anche da un punto di vista psicologico e sociale».
Come affronta la situazione nella sua metropoli?
«Collaboro con un’associazione che aiuta le mamme degli studenti stranieri ad integrarsi, organizzando dei corsi non solo linguistici, ma anche sportivi, insieme alle mamme italiane».
Per quanto Lega e M5s siano freschi di nomina, cosa pensa delle loro posizioni?
«Hanno già dettato delle linee e mi sembrano controproducenti. Se definissero nel dettaglio cosa vogliono fare, si discuterebbe di più; mentre si limitano a indicazioni spot che danno una sensazione di chiusura e agitano le acque. Credo che Salvini non voglia far morire la gente in mare, ma quello che trasmette è che ci siano vite più importanti di altre, o peggio, che siano strumentalizzate a favore di un’infinita campagna elettorale».
Nemmeno con i precedenti governi Pd c’erano linee chiare…
«E li critico per non aver concretizzato una vera manovra inclusiva; su tutte la riforma della legge sulla cittadinanza, che non è mai avvenuta, perdendo un’occasione storica unica. Il Partito democratico, però, ha sempre manifestato più responsabilità nei confronti della dignità altrui, e il linguaggio che utilizzava era diverso. Salvini e compagnia stanno banalizzando le esperienze di migliaia di essere umani, fomentando rabbia e intolleranza. Lo si vede nelle aggressioni quotidiane, nella tensione in aumento. Il linguaggio orienta: alle parole segue l’azione, è un attimo». —
Matteo Bianchi
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