La Nuova Ferrara

Il 23 ottobre del ’44 quattro persone morirono al largo del Faro di Goro Solo un corpo fu ritrovato: il ricordo dei testimoni e dei loro familiari  

In mare per sfamare le proprie famiglie I giovani goresi uccisi dagli aerei alleati

Odino Passarella

il raccontoÈ passata a come una delle tante tragedie che hanno dovuto subire dei civili durante l’ultimo conflitto mondiale. Un “normale” prezzo da pagare alla guerra, ma per tre famiglie goresi...

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il racconto

È passata a come una delle tante tragedie che hanno dovuto subire dei civili durante l’ultimo conflitto mondiale. Un “normale” prezzo da pagare alla guerra, ma per tre famiglie goresi quell’eccidio in mare è stato un autentico dramma, con quattro persone crivellate dai proiettili degli aerei alleati, i famigerati “Pippo”. L’episodio accadde 74 anni fa, il 23 ottobre del 1944, quando al largo del Faro di Goro, persero la vita Stefano Gennari di 46 anni, i figli Antonio di 19 e Uliano di 12, il fratello Luigi di 44, mentre si salvarono miracolosamente, il terzo figlio di Stefano, Giovanni “Svane” di 14 anni ed Antonio Gianella, soprannominato “Toni Nosente”, di 46 anni.

la testimonianza

A ricordare nei minimi particolari e con incredibile lucidità quel giorno è Luigina Ricci, nuora di Stefano Gennari: «Sono passati tanti anni, però ho fatto tesoro del racconto di mia suocera Costanza, che ho accudito fino alla sua morte avvenuta nel 1993 all’età di 93 anni, vissuti nel ricordo del marito e dei due figli persi in maniera così tragica. In quel periodo nessuno aveva il coraggio di uscire in mare, il pericolo di essere mitragliati dai “Pippo” era reale, anche alla luce dei fatti avvenuti nella vicina Sacca della Gnocca il 20 agosto sempre del ’44; anche in quel caso fu strage di innocenti. Ma la necessità della famiglia di Stefano Gennari, che aveva 8 figli e il più grande, Albino, in campo di concentramento in Germania e la moglie incinta (ha abortito alla notizia della morte dei sui cari), anche Antonio Gianella (padre di tre figli) aveva insistito con il fratello di Stefano, Luigi (padre di quattro figli), e allora nonostante il pericolo si decise di uscire in mare. Partirono all’alba dal porto di Goro tre imbarcazioni per la pesca a strascico: nella prima barca Stefano con il figlio “Svane”, nella seconda gli altri due figli di Stefano, Antonio e Uliano, nella terza Luigi, fratello di Stefano, in compagnia di Antonio “Toni Nosente” Gianella.

i fatti

Le tre barche partite a vela raggiunsero il largo in dirittura del Faro, erano circa le 10 quando quattro aerei alleati che perlustravano la zona, videro le tre barche che in quel momento pescavano a debita distanza l’una dall’altra e iniziarono a mitragliarle con pallottole esplosive. Se ne andarono solo quando videro tutte le vele cadere di schianto. Per Stefano, Antonio di 19 anni, Uliano e Luigi Gennari non ci fu scampo, si salvarono miracolosamente anche se feriti “Toni Nosente” e “Svane”. Cominciarono a gridare aiuto Francesco “Checo” ed Erminio Ferroni, che si trovavano vicino al Faro (l’attuale vecchia lanterna) e avevano assistito al tragico evento. Accorsero con una barca a remi in aiuto di “Svane”, non voleva lasciare la barca, ma per suo padre e i fratelli non c’era più nulla da fare e non c’era tempo da perdere, perché gli aerei continuavano a tracciare il cielo sopra di loro.

il ricordo

Piergiorgio Gianella detto “Ulivari”, figlio di “Toni Nosente” ci racconta: «Avevo 12 anni, ricordo quel giorno come fosse ieri. Da Goro si sono sentite le raffiche delle mitragliatrici. Visto che in mare erano uscite solo le tre barche dei Gennari, abbiamo temuto il peggio, come purtroppo è successo. Nella tarda mattinata è partito dal porto Carlo Biolcati detto “Tripoli” con altri pescatori. Dopo diverse ore, esattamente alle 5 del pomeriggio (si navigava solo a vela), arrivarono sul punto dov’era stata mitragliata la barca di Luigi con a bordo mio padre, che trovarono aggrappato ad un relitto. Era in acqua da 5-6 ore, purtroppo Luigi si era inabissato con l’imbarcazione. Arrivarono al porto di Goro, mi ricordo tantissima gente ad aspettare, con mio padre ferito ad una spalla. Dopo le prime medicazioni fu portato all’ospedale di Tresigallo, portò i segni di quella terribile giornata per tutta la vita.

il ritrovamento

Di quei poveri corpi inabissati in mare con le loro barche non si seppe più nulla, fino alla primavera del ’45. La figlia di Luigi, Luigia “Gigia” Gennari, 90enne ancora dalla mente lucida ci racconta: «Siamo nella primavera del ’45, avevo 16 anni, la guerra era terminata da poche settimane. Da Comacchio arriva a Goro una notizia: nei mesi precedenti la liberazione un cittadino di Comacchio ha seppellito nella spiaggia di Primaro un corpo trascinato dalle correnti, probabilmente di un pescatore, dai dettagli dei vestiti abbiamo intuito che poteva essere nostro padre. Mia sorella Fenisia, all’epoca 18 enne, fece costruire una bara dal falegname Nino “Tolepan” Barini e insieme ad Agnese, una vedova di Goro sempre pronta ad aiutare tutti, con il camion di nostro zio Giovanni Gennari detto “Cucinassa”, si recarono a Comacchio. Era il 12 maggio: fecero salire sul camion la persona che aveva dato sepoltura sulla spiaggia al morto, e si recarono sul punto dove aveva seppellito il corpo. Sotto la sabbia ritrovarono i resti di mio padre, fu subito riconosciuto dai pantaloni, meno dalla faccia, decomposta come il resto del corpo. Arrivati a Goro, il camion con i resti di mio padre si recò al cimitero. Intanto, la notizia si era sparsa per il paese, ed arrivò anche in caserma. I carabinieri prelevarono immediatamente mia sorella, e mio zio Cucinasa, li portarono in caserma, perché trasportare un corpo senza segnalarlo era reato. Per fortuna, grazie alla mediazione con il comandante Carlo Ghezzo che era a capo del Comitato di liberazione antifascista, la cosa si risolse».

«Mi recai al cimitero per vedere mio padre, ero timorosa, non sapevo cosa avrei trovato, invece lo riconobbi subito», chiude. Luigi Gennari fu l’unico ad essere ritrovato. —

Odino Passarella

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