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Sabato i Bud Spencer Blues Explosion suonano al Locomotiv Club di Bologna 

«Un concerto è sacro Dal vivo incontri la gente che ti segue»

Gian Piero Bruno
«Un concerto è sacro Dal vivo incontri la gente che ti segue»

l’intervistaVivi muori blues ripeti, il loro ultimo album uscito la scorsa primavera, ha riscosso un grande consenso di critica e pubblico, confermando la straordinaria qualità dei Bud Spencer Blues...

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l’intervista

Vivi muori blues ripeti, il loro ultimo album uscito la scorsa primavera, ha riscosso un grande consenso di critica e pubblico, confermando la straordinaria qualità dei Bud Spencer Blues Explosion, duo blues rock formato dal chitarrista e cantante Adriano Viterbini e dal batterista Cesare Petulicchio.

In occasione del loro live al Locomotiv Club di Bologna, in programma sabato, Adriano Viterbini racconta questi anni elettrici: dagli esordi, all’ultimo disco, passando per concerti e reminiscenze punk e hardcore.

Come nasce “Vivi muori blues ripeti”?

«Abbiamo registrato il disco - spiega - che avremmo voluto ascoltare. L’esperienza accumulata e l’aiuto di Marco Fasolo, Davide Toffolo e Umberto Maria Giardini sono stati fondamentali. Avevamo chiaro fin da subito che per ottenere determinati risultati in termini di godibilità di ascolto e di effetto “viaggio”, avremmo dovuto lavorare molto in sala prove e poi affidarci all’approccio analogico. Il produttore Fasolo è stato determinante per la riuscita del disco, la sua competenza e l’approccio ci hanno solleticato verso una direzione ben precisa».

Quanto i Black Keys hanno influito sulla vostra nascita, e quali sono state le vostre influenze maggiori?

«La band è nata da una mia idea maturata in un viaggio negli Stati Uniti all’inizio del 2003, in cui ascoltai per la prima volta proprio i Black Keys. Tornato in Italia coinvolsi immediatamente Cesare per sperimentare questa formula del duo blues, ma con la nostra attitudine. Abbiamo ascoltato tantissima musica, dal rap al punk, passando per jazz, crossover e hardocre; ci piacciono davvero tante cose diverse e la nostra visione musicale ha una sua identità ben definita ma duttile al contempo».

“Io e il demonio” è un brano davvero folgorante. Com’è nato?

«Ci siamo rifatti al brano di Gil Scott-Heron, Me and the devil. Trovo sia il brano più affascinante, misterioso, decadente del disco. Gli strumenti convivono in modo arioso, evocativo, talvolta sinistro».

Sul palco date il meglio di voi o è soltanto un’impressione?

«Confermo in tutto. Un concerto è sacro, un momento unico dove dare il meglio di sé alle persone che vengono ad ascoltarci. Prima di salire su un palco mi sento la persona più fortunata del mondo, perché poter suonare ad occhi chiusi, liberi, è davvero una favola». —

Gian Piero Bruno

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