La Nuova Ferrara

l’estratto 

Il Novecento secondo Sgarbi Viaggio nell’arte del Secolo breve

Vittorio Sgarbi
Il Novecento secondo Sgarbi Viaggio nell’arte del Secolo breve

Nel sesto capitolo del ciclo “Il Tesoro d’Italia” si va dal Futurismo al Neorealismo «De Chirico si misura non con la storia ma con l’eternità, e con il proprio mito»

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Con “Il Novecento. Dal Futurismo al Neorealismo” (ed. La nave di Teseo) prosegue il viaggio di Vittorio Sgarbi nella storia e nella geografia dell’arte italiana. Il sesto volume del ciclo “Il Tesoro d’Italia”, in uscita oggi, si avvale dell’introduzione di Franco Cordelli. Qui di seguito un estratto del capitolo relativo a Giorgio De Chirico, Ferrara e la Metafisica.

Vittorio Sgarbi

Nessun dubbio che de Chirico, nato in Grecia nel 1888, sia un pittore italiano. E, anzi, che sia tra i più significativi e complessi artisti italiani. De Chirico è italiano nello spirito, nella dimensione culturale, nell’essenza, ma è impossibile collegarlo a una città. De Chirico ha una memoria greca, il ricordo delle origini, ma le sue idee si formano e maturano in Italia.

Nel 1915, con l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, de Chirico saluta Paul Guillaume, suo mercante di fiducia a Parigi, e col fratello entra nell’esercito. Partito da Firenze, dove qualche anno prima aveva dipinto i primi Enigmi, viene inviato a Ferrara e assegnato all’ospedale neurologico Villa del Seminario.

la vita a ferrara

La noia viene mitigata sia dalla compagnia di due poeti – Corrado Govoni e il conte Filippo Tibertelli, in arte de Pisis, di lì a poco più celebre come pittore – sia dalla suggestione di Ferrara, città ritenuta da de Chirico “quanto mai metafisica”.

Coinvolto nella passione esoterica di de Pisis, de Chirico crea a Ferrara opere metafisiche che sono ambientate prevalentemente in interni, piene di simboli vecchi, ma soprattutto nuovi, quali carte geografiche, squadre, righelli, solidi geometrici, quadri, cibo, scatole, talvolta accoppiati a citazioni da libri di sapientia. Le Muse inquietanti (Milano, collezione privata), l’opera divenuta la più celebre della Metafisica, è invece ambientata all’aperto, con l’ormai consueto simbolo del manichino – qui adattato in termini di statuaria primitivista, fra Brancusi e un Henry Moore ante litteram – che campeggia su uno sfondo dominato dal Castello Estense di Ferrara. Nel 1917, de Chirico viene raggiunto a Ferrara da Carlo Carrà, ex sodale futurista del comune amico Ardengo Soffici, allora impegnato a superare, con le opere del periodo cosiddetto “antigrazioso”, lo sperimentalismo iconoclasta in direzione di una ripresa della tradizione, come abbiamo accennato nella sezione dedicata al Futurismo.

la musa metafisica

La musa metafisica (1917; Pinacoteca di Brera, Milano) adotta i caratteri salienti della pittura ferrarese di de Chirico, diffondendoli come stile di gruppo: una camera incantata, per usare il titolo di un’altra opera di Carrà (1917; Pinacoteca di Brera, Milano), in cui si accalcano oggetti di varia natura – un manichino in veste di tennista, una carta geografica (vi si vede l’Istria, non ancora italiana), un solido geometrico colorato, un quadro con uno sfondo urbano – che generano un’atmosfera di magica sospensione, disorientante ma non spiacevole.

L’esposizione in una mostra milanese del 1917 di dipinti realizzati a Ferrara, annunciati come opere di un pittore futurista, suscita qualche attrito fra Carrà e de Chirico, che per qualche tempo sembrano contendersi la paternità del termine “metafisico” (Carrà dice di esserci arrivato autonomamente, attraverso la lettura di Giambattista Vico).

strade diverse

La riconciliazione artistica fra de Chirico e Carrà avviene dopo la fine della comune permanenza a Ferrara. I due si ritrovano, per strade diverse ma parallele, a guidare il rappel à l’ordre in Italia, condividendo il progetto di “Valori plastici”, rivista fondata a Roma, nel 1918, da Mario Broglio, che ripropone la tradizione nazionale contro le degenerazioni dello sperimentalismo come vedremo.

Le Muse inquietanti, riprodotte con grande evidenza in “Valori plastici”, diventano l’icona di un nuovo indirizzo per l’arte italiana ma anche di un’esperienza conclusa. De Chirico si misura non con la storia ma con l’eternità, e con il proprio mito, che egli dissacra. De Chirico resta unico, fuori dal comune, capace di produrre divertimento senza mai uscire dai confini della storia dell’arte. —

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