La Nuova Ferrara

Quella lezione al Centro Sperimentale di Cinematografia Gli insegnamenti e la dedica da “un parmigiano pentito” 

«Luchetti disse: sta arrivando E io sentii il cuore battere forte»

Stefano Muroni

il ricordoQuando il direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ci disse che avremmo avuto una lezione di cinema tenuta da Bernardo Bertolucci, io mi sentii svenire. Era il 2011. Non...

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il ricordo



Quando il direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ci disse che avremmo avuto una lezione di cinema tenuta da Bernardo Bertolucci, io mi sentii svenire. Era il 2011. Non avevo dimenticato il suo capolavoro, Novecento, che tanto era stato importante per la mia formazione artistica e spirituale. Ricordo molto bene la tensione, il brusio dell’aula colma di studenti di regia e recitazione, e tra questi anche io. L’intervistatore sarebbe stato il regista Daniele Luchetti, il quale continuava a dirci «Bernardo sta arrivando».

Poi la porta si aprì e vidi quest’uomo grande, vestito di rosso, con un viso familiare, quasi amico. Noi ventenni aspiranti cineasti ci alzammo per applaudirlo, e io ero davvero commosso. Conoscevo i suoi primi documentari sull’uccisione del maiale, l’amicizia con Pasolini, il suo amore per la memoria e la civiltà contadina. Un mondo, il suo, che tanto sentivo vicino. L’incontro durò circa un’ora e mezza: parlò della sua carriera, di quanto fosse importante sapere leggere un film, vederlo con occhio critico, studiarlo.

Ci disse che lui non aveva mai frequentato una scuola di cinema ma che, prima di girare il suo primo lavoro, aveva visto oltre mille pellicole. E quando arrivò sul set la prima volta forse non sapeva bene cosa fare, ma di certo sapeva bene cosa non fare: tutto ciò che non gli era piaciuto nei film che aveva visto non l’avrebbe ripetuto nel suo. «Sono sempre andato in sottrazione nelle cose», ci confessò. Quando finì la lezione, fu subito accompagnato fuori dalla stanza, e noi non lo vedemmo più. Così, segretamente, riuscii a sgattaiolare fuori dall’aula e dirigermi verso l’entrata della scuola, dove lui, il caso volle, stava uscendo con il suo autista per entrare in macchina. «Bernardo, sono di Ferrara», gli urlai per prendere la sua attenzione. Lui mi rispose: «Peggio per te!».

Nonostante la battuta bonaria, che mi fece con la sua solita eleganza, gli chiesi di autografarmi la locandina di Novecento che avevo portato per l’occasione. E lui, così, istintivamente, mi scrisse: «A Stefano, da un parmigiano pentito. Bernardo Bertolucci».

Poi mi diede il pennarello, mi fece gli auguri, e se ne andò. Non ho mai capito fino in fondo cosa volesse significare quella dedica, e da quel giorno non lo vidi più dal vivo. Ma quella lezione è rimasta nella mia vita, nella mia memoria, come un patrimonio immateriale dal valore inestimabile.

Devo molto a lui, ai suoi film, alla sua poetica, e sapere che ora non potrò più rivederlo, nemmeno per un’altra lezione, mi intristisce moltissimo. —



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