La Nuova Ferrara

Emancipazione e diritti Il contributo ferrarese alla battaglia delle donne

Licia Vignotto
Emancipazione e diritti Il contributo ferrarese alla battaglia delle donne

La giornalista Garuti ha scritto un libro sulla vita dell’attivista Melli «Con la rivista “Eva” portò istruzione e indipendenza ai ceti poveri» 

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l’intervista

La storia dell’emancipazione femminile passa da Ferrara: Susanna Garuti dedica un libro a Rina Melli (giornalista e sindacalista, lavora per la Cgil) che per prima in Italia – nel 1901 - fondò una rivista di propaganda socialista pensata e scritta per sole donne, “Eva”. Non un giornaletto di gossip o moda rivolto alle signore della buona borghesia come tante altre pubblicazioni rosa dello stesso periodo, bensì uno strumento di educazione, per favorire l’istruzione e l’indipendenza delle donne più povere, dalle braccianti alle mondine, alle operaie tessili. Il libro che racconta questo particolarissimo primato della stampa ferrarese si intitola Come le donne diventeranno libere (Editrice Socialmente).

Come si è trovata a scrivere di Rina Melli?

«Ho sentito per la prima volta parlare di lei a metà degli anni ’90. Studiavo storia contemporanea a Bologna e frequentavo l’Istituto di storia contemporanea di Ferrara. Mi sono imbattuta per la prima volta nel giornale “Eva” e in questo personaggio, una ferrarese eccezionale, che teneva comizi per convincere i contadini a rivendicare più diritti. Della sua instancabile attività di propaganda - come riportato da Davide Mantovani nell’introduzione del libro - all’epoca scrivevano i giornali di San Francisco, il suo nome girava a livello internazionale; mi è sembrato un peccato che proprio nella sua città fosse stata parzialmente dimenticata. Così ho dedicato a lei la mia tesi di laurea, che per tanti anni ho tenuto nel cassetto. L’anno scorso ho voluto riprendere in mano quel lavoro e approfondirlo, convinta che certe vicende meritino di esser conosciute e condivise il più possibile».

La biografia di Rina Melli è sicuramente eccezionale. Quale aspetto della sua vita l’ha colpita di più?

«Senza dubbio il coraggio: Rina proveniva da una famiglia ebrea agiata. A 18 anni scelse di sposare con rito laico, contro il volere del padre, il giornalista e sindacalista Paolo Maranini. Abbandonò la lussuosa dimora familiare e se ne andò a vivere col marito in borgo San Luca, per dedicarsi ai diritti dei lavoratori. Fu la prima donna a Ferrara ad essere schedata nel casellario politico, i suoi spostamenti venivano seguiti e monitorati. Più volte le forze dell’ordine le intimarono di allontanarsi dalle campagne dove andava a incontrare i contadini, chiesero di farla arrestare. Sulla stampa cattolica veniva duramente offesa, in quanto donna e in quanto ebrea. Anche vari compagni di partito la deridevano per “Eva”, le resistenze erano ovunque. Ma non si fece mai intimorire o scoraggiare».

Oggi a chi si rivolgerebbe Rina Melli?

«Parlerebbe a tutte le donne, perché di strada se n’è fatta tanta dai suoi tempi, ma tanta ne resta ancora da fare». —

Licia Vignotto

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