Ecco i microbi “buoni” Al servizio dell’arte per proteggere i quadri
Esperimento realizzato dall’Università per un’opera del ’600 di Bononi «Siamo i primi ad usare questo metodo per contrastare il degrado»
in tre domande
Microbi per curare i dipinti antichi: l’Università di Ferrara prova a rivoluzionare il mondo del restauro e della conservazione delle opere d’arte danneggiate dal tempo. I primi esperimenti sono stati effettuati analizzando i microorganismi presenti sulla tela seicentesca del Bononi, “L’incoronazione della Vergine”, che si può ammirare restaurata all’interno dell’antica chiesa di Santa Maria in Vado. A spiegare come è stata condotta la sperimentazione interdisciplinare - coordinata dal Cias e resa possibile grazie alla collaborazione sviluppata tra parrocchia, Comune, Fondazione Ferrara Arte e Consorzio futuro e ricerca – è Elisabetta Caselli, esperta di microbiologia clinica.
Come è partita l’idea?
«All’interno del Cias (Centro ricerche inquinamento fisico e chimico) è stato creato un gruppo che ha raccolto professionalità diverse, studiosi di scienze mediche e colleghi del dipartimento di Architettura, diretti dall’ingegnere Sante Mazzacane. Siamo partiti dai risultati ottenuti - spiega - sulle superfici degli ospedali, dove abbiamo provato a utilizzare batteri “buoni”, probiotici, per ridurre il rischio di infezioni. Il principio alla base del processo è molto semplice, già si applica per esseri umani e animali: invece di utilizzare antibiotici, che eliminano tutto, sostituiamo i microbi patogeni con colonie di microbi “buoni”, che scoraggiano i danni. Visti gli esiti positivi, abbiamo provato ad allargare il raggio, quindi a testare il metodo sulle opere d’arte. L’occasione è venuta circa un anno fa, con il restauro del famoso olio di Bononi, maltrattato dal terremoto oltre che dal tempo, perché nella nicchia dove si trovava erano riusciti a entrare dei piccioni. I danni erano evidenti, soprattutto nel retro della tela ma anche davanti».
Che operazioni avete eseguito per il restauro?
«Non siamo intervenuti sul dipinto, mai stato rimosso dalla sua collocazione, ma abbiamo analizzato in laboratorio i microorganismi che lo stavano insidiando. Abbiamo scoperto ad esempio che nelle zone più chiare vivono popolazioni diverse da quelle che preferiscono le zone più scure. I pigmenti utilizzati dall’artista contengono sostanze nutrienti, più o meno attraenti a seconda di quanta luce riescono ad assorbire e del microclima che sviluppano. Una volta isolate le diverse varietà di batteri e funghi abbiamo provato a inibire la loro crescita, utilizzando microbi “buoni”. I risultati sono stati incoraggianti, perché siamo riusciti a fermare l’azione di quasi tutti quelli “cattivi” trovati nel quadro. Prima di arrivare all’applicazione però sono necessari molti altri test, per essere sicuri che la miscela sia assolutamente sicura per le opere».
Ci sono già istituti attivi in questo settore...
«Non siamo gli unici ad analizzare i microbi presenti sulle opere, ma siamo pionieri nell’uso dei microorganismi per contrastare il degrado e proteggere la tela. La letteratura scientifica ci conforta: ci sono già state sperimentazioni degne di nota sulle opere in pietra, certo un dipinto del ’600 è molto più delicato. Se i test confermassero i risultati già ottenuti si aprirebbe una nuova strada, interessante perché dagli esami svolti finora abbiamo visto che i microbi “buoni” colonizzano l’opera e rendono stabile la decontaminazione, riescono quindi non solo a pulire il quadro ma anche a proteggerlo a lungo. E presto - conclude - dovrebbe iniziare un altro progetto, dedicato al recupero e al restauro di un’opera del Bastarolo». —
Licia Vignotto
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